Dietrich Buxtehude, membra Jesu nostri patientis sanctissima: traduzione e analisi del testo ad opera di Pietrino Pischedda

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D. B UX T E H U D E

m e m b r a  J e s u  n o s t r i

patientis sanctissima

U n o  s t u d i o  di  P i e t r i n o  P i s c h e d d a

c o n   t r a d u z i o n e  e  a n a l i s i  d e l   t e s t o


Buxtehude (Oldesloe, Holstein, 1673 – Lubecca, 9.5.1707)  è  il più famoso compositore e organista della Germania del Nord: sono particolarmente note le sue Abendmusiken durante le due

ultime domeniche dell’anno liturgico e durante la seconda, terza e quarta domenica di Avvento di ogni anno.[1]

Le pause improvvise nelle sinfonie introduttive delle sue cantate sacre rivelano un’estasi mistica, un respiro dell’anima di fronte al mondo incantato della natura nordica.

Le caratteristiche musicali di Buxtehude attirarono anche il giovane Bach da Lüneburg alla Marienkirche di Lubecca per ascoltare Dietrich.

La semplicità popolare delle cantate hanno fatto di Buxtehude una specie di gran «gran predicatore del popolo».[2]

L’eclettismo è una peculiarità della multiforme struttura spirituale di Buxtehude, il quale ha saputo compendiare in sé le tre fasi di sviluppo dell’epoca barocca: lo stile dotto (polifonico – contrappuntistico), lo stile popolare (omofono e piacevole) e lo stile “romantico” (contraddistinto dall’uso espressivo della dissonanza).[3]

Senza soffermarmi sulle numerose opere composte da Buxtehude, la cui analisi non rientra nelle mie competenze, ritengo più interessante spendere due parole, solo per quanto concerne la parte testuale, sul ciclo di cantate della passione, dal titolo Membra Jesu Nostri (1680).

La narrazione (in gran parte costituita da versetti tratti dall’Antico Testamento e in minima dal Nuovo)) è affidata al coro, mentre le arie a solo, i duetti, i terzetti sono realizzati su strofe ritmate di libera invenzione, che trattano delle membra di Cristo crocifisso (i piedi, le ginocchia, le mani, i fianchi, il petto, i cuore e il viso). L’Amen finale corona degnamente l’intera composizione.[4]

Il testo, “Salve mundi salutare”[5], noto anche come “Rhythmica oratio”, è un poema dello scrittore medioevale Arnolfo di Louvain (ca. 1200 – 1250).[6]

Ecco qui tutta la mia curiositas, nata più che altro da un verbo “galeotto”, “blandicentur”, forse un refuso ad opera di un copista. Forma strana, inesistente, per lo meno ignota, anche ai cervelloni che col latino hanno a che fare!  La partitura che ho tra le mani mi dà esattamente questa versione!

Che fare? Accettare per partito preso oppure indagare, confrontare, approfondire? Ho scelto la seconda soluzione

Su Buxtehude e su questo Oratorio che mi sono proposto di analizzare molto inchiostro è stato versato e svariate interpretazioni e versioni sono state prodotte.

Il mio vuol essere un modesto contributo, che, unito a tutti gli altri, può sortire beneficio a molti.

Un ringraziamento speciale va al M° Osvaldo Guidotti[7], il quale mi ha dato l’occasione di conoscere questo autore.

Buxtehude: Le sette cantate


Ad pedes

( due violini, una viola da gamba e cinque voci
(due soprani, contralto, tenore e basso e basso continuo).
  1. 1. Sonata (introduzione orchestrale):

due violini, viola da gamba,

e basso continuo).

2. Concerto (cinque voci).

Ecce super montes[8]

pedes evangelizantis

et annunciantis pacem

“Ecco sui monti

i passi d’un messaggero,

un araldo di pace”. ( BJ)[9]

3. Aria (soprano).

Salve mundi salutare,

salve Jesu care!

Cruci tuae me aptare

vellem vere, tu scis quare,

da mihi tui copiam.

Salve, Salvatore del mondo,

salve, Gesù caro!

Vorrei invero attarmi alla tua croce,

tu sai perché,

dammi la tua forza.


4. Aria (soprano)

Clavos pedum, plagas duras,

et tam graves impressuras

circumplector cum affectu,

tuo pavens in aspectu,

tuorum memor vulnerum.

Abbraccio con affetto i chiodi
dei piedi, le piaghe dolorose

e così profonde da segnarti,

sbigottito per il tuo aspetto,

memore delle tue ferite.


5. Aria (Basso)

Dulcis Jesu, pie deus,

Ad te clamo licet reus,

praebe mihi te benignum,

ne repellas me indignum

de tuis sanctis pedibus.

Dolce Gesù, Dio clemente,

a te grido, sebbene peccatore,

mostrati a me benigno,

non respingere me indegno

dai tuoi santi piedi.


6. Concerto (da capo):

Ecce super montes    [10]

pedes evangelizantis

et annunciantis pacem

“Ecco sui monti

i passi d’un messaggero,

un araldo di pace” (BJ)

7. Concerto (cinque voci).

Salve mundi salutare,

salve Jesu care!

Cruci tuae me aptare

vellem vere, tu scis quare,

da mihi tui copiam

Salve, Salvatore del mondo,

Salve, Gesù caro!

Vorrei invero attarmi alla tua croce,

tu sai perché

dammi la tua forza.

II. Ad genua

1. Sonata

2. Concerto (cinque voci).

Ad ubera portabimini,[11]

et super genua blandientur[12] vobis.

Sarete portati sul seno

e sulle ginocchia vezzeggiati.[13]

3. Aria (tenore)

Salve Jesu, rex sanctorum,

spes votiva peccatorum,

crucis ligno tanquam reus,

pendens homo verus deus,

caducis nutans genibus.

Salve, Gesù, Re dei Santi,

speranza di preghiera dei peccatori,

appeso al legno della croce come reo,

vero uomo vero Dio,

vacillante sulle fragili ginocchia.


4. Aria (contralto).

Quid sum tibi responsurus

actu vilis corde durus?

Quid rependam amatori,

qui elegit pro me mori,

ne dupla morte morerer?

Che cosa ti risponderò?

Io vile nell’agire e insensibile?

Che cosa ricambierò all’amante,

che scelse di morire per me

perché non morissi di doppia morte?

5. Aria (due soprani e basso).

Ut te quaeram mente pura,

sit haec mea prima cura,

non est labor et gravabor,

sed sanabor et mundabor,

cum te complexus fuero.

Sia questa la mia prima premura:

che ti cerchi con cuore puro;

non ci sarà fatica e gravame,

ma sarò guarito e mondato,

quando ti avrò abbracciato.

6. Concerto

Ad ubera portabimini,[14]

et super genua blandientur vobis.

Sarete portati sul seno

e sulle ginocchia vezzeggiati.


III. Ad manus

1. Sonata

2. Concerto (cinque voci).

Quid sunt plagae istae[15]

in medio manuum tuarum?

Perché quelle piaghe

in mezzo alle tue mani?[16] (BJ)

3. Aria (soprano).

Salve Jesu, pastor bone,

fatigatus in agone,

qui per lignum es distractus

et ad lignum es compactus

expansis sanctis manibus.

Salve Gesù, Buon Pastore,

esausto nella prova,

lacerato sul legno,

unito strettamente al legno,

le sante mani stese.

4. Aria (soprano).

Manus sanctae, vos amplector,

et gemendo condelector,

grates ago plagis tantis,

clavis duris guttis sanctis

dans lacrymas cum osculis.

Vi stringo, o mani sante,

mi compiaccio del mio pianto,

rendo grazie per tante piaghe,

per i duri chiodi, per le gocce sante,

i miei baci misti a lacrime.

5. Aria (contralto, tenore e basso).

In cruore tuo lotum

me commendo tibi totum,

tuae sanctae manus istae

me defendant, Jesu Christe,

extremis in periculis.

Mi affido tutto a te

lavato nel tuo sangue,

queste tue mani sante

mi difendano, Cristo Gesù,

negli estremi pericoli.

6. Concerto

Quid sunt plagae istae

in medio manuum tuarum?

Perché quelle  piaghe

in mezzo alle tue mani? (BJ)

IV. Ad latus

1. Sonata

2. Concerto (cinque voci).

Surge, amica mea[17],

speciosa mea, et veni,

columba mea in foraminibus petrae,

in caverna maceriae.

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni! O mia colomba,

che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi. (BJ) [18]

3. Aria (soprano).

Salve latus salvatoris,

in quo latet mel dulcoris,

in quo patet vis amoris,

ex quo scatet fons cruoris,

qui corda lavat sordida.

Salve, costato del Salvatore,

nel quale si cela la dolcezza del miele,

nel quale si svela la forza dell’amore,

dal quale sgorga una sorgente di sangue,

che lava i cuori abietti.

4. Aria (contralto, tenore e basso).

Ecce tibi appropinquo,

parce, Jesu, si delinquo,

verecunda quidem fronte,

ad te tamen veni sponte

scrutari tua vulnera.

Ecco, mi avvicino a te,

perdonami, o Gesù, se  pecco,

però con volto timido

son venuto da te spontaneamente,

per scrutare le tue ferite.

5. Aria (soprano).

Hora mortis meus flatus

intret Jesu, tuum latus,

hinc expirans in te vadat,

ne hunc leo trux invadat,

sed apud te permaneat.

In punto di morte la mia anima

entri nel tuo costato

ed esalando di qui giunga a te,

perché non sia preda del feroce leone,

ma resti sempre presso te.

6. Concerto

Surge, amica mea,

speciosa mea, et veni,

columba mea in foraminibus petrae,

in caverna maceriae[19]

Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni! O mia colomba,

che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi. (BJ)


V. Ad pectus

1. Sonata

2. Concerto a 3 voci

(contralto, tenore e basso).

Sicut modo geniti infantes rationabile(s)

et sine dolo (lac) concupiscite,

ut in eo crescatis in salutem.

Si tamen gustatis,

quoniam dulcis est Dominus. [20]

Come bambini appena nati

bramate il puro latte spirituale

per crescere con esso verso la salvezza:

se davvero avete già gustato.

quanto è buono il Signore. (BJ)[21]

3. Aria (contralto).

Salve, salus mea, deus,

Jesu dulcis, amor meus,

salve, pectus reverendum,

cum tremore contingendum,

amoris domicilium.

Salve, mia salvezza, Dio,

Gesù amabile, mio amore,

salve, petto degno di venerazione,

da toccare con tremore,

dimora d’amore.

4. Aria (tenore).

Pectus mihi confer mundum,

ardens, pium, gemebundum,

voluntatem abnegatam,

tibi semper conformatam,

juncta virtutum copia.

Donami un petto mondo,

ardente, devoto, gemente,

una volontà generosa,

conforme alla tua,

insieme a tutte le virtù.

5. Aria (basso).

Ave, verum templum dei,

precor miserere mei,

tu totius arca boni,

fac electis me apponi,

vas dives deus omnium.

Ti saluto, vero tempio di Dio,

ti prego, abbi pietà di me,

tu, arca del sommo bene,

fa’ che sia aggregato agli eletti,

vaso ricco, Dio di tutti.

6. Concerto a 3 voci

Sicut modo geniti infantes rationabiles[22]

et sine dolo concupiscite,

ut in eo crescatis in salutem.

Si tamen gustatis,

quoniam dulcis est Dominus.

Come bambini appena nati

bramate il puro latte spirituale

per crescere con esso verso la salvezza:

se davvero avete già gustato

quanto è buono il Signore. (BJ)


VI. Ad cor

1. Sonata

2. Concerto a 3 voci (due soprani e basso).

Vulnerasti cor meum,[23]

soror mea, sponsa,

vulnerasti cor meum.

Tu mi hai rapito il cuore,

sorella mia, sposa,

tu mi hai rapito il cuore.[24] (BJ)

3. Aria (soprano).

Summi regis cor, aveto,

te saluto corde laeto,

te complecti me delectat

et hoc meum cor affectat,

ut ad te loquar, animes.

Cuore del sommo Re, salute!

ti saluto con cuor lieto,

l’abbracciarti mi diletta

e questo mio cor alletta,

animalo  a parlarti.

4. Aria (soprano).

Per medullam cordis mei, [24 bis]

peccatoris atque rei,

tuus amor transferatur,

quo cor tuum rapiatur

languens amoris vulnere.

Penetri il tuo amore

nell’intimo del mio cuore,

peccatore e reo,

perché il tuo cuore sia rapito

languente per la ferita d’amore.

5. Aria (basso).

Viva cordis voce clamo,

dulce cor, te namque amo,

ad cor meum inclinare,

ut se possit applicare

devoto tibi pectore.

Grido con la viva voce del cuore,

dolce cuore, perché ti amo,

di rivolgerti al mio cuore,

per potersi avvicinare

con devoto amore.

6. Concerto a 3 voci (due soprani e basso).

Vulnerasti cor meum,[25]

soror mea, sponsa,

vulnerasti cor meum.

Tu mi hai rapito il cuore,

sorella mia, sposa,

tu mi hai rapito il cuore. (BJ)

VII. Ad faciem

1. Sonata

2. Concerto (cinque voci).

Illustra faciem tuam super servum tuum,[26]

salvum me fac in misericordia tua.

Fa’ splendere il tuo volto sul tuo servo,

salvami per la tua misericordia[27]. (BJ)

3. Aria (contralto, tenore e basso).

Salve, caput cruentatum,

totum spinis coronatum,

conquassatum, vulneratum,

arundine verberatum

facie sputis illita.

Salve, capo insanguinato,

di spine tutto coronato,

sconquassato, ferito,

percosso con una canna,

di sputi coperta la faccia.

4. Aria (contralto).

Dum me mori est necesse [28],

noli mihi tunc deesse,

in tremenda mortis hora

veni, Jesu, absque mora,

tuere me et libera.

Al momento in cui devo morire,

non negarmi il tuo aiuto,

nell’ora tremenda della morte,

vieni, Gesù, senza indugio,

proteggimi e liberami.

5. Aria (cinque voci).

Cum me jubes emigrare,

Jesu care, tunc appare,

o amator amplectende,

temet ipsum tunc ostende,

in cruce salutifera.

Quando mi ordini di partire,

Gesù caro, mostrati allora,

o amante da abbracciare,

mostrati allora,

sulla croce salutare.

Amen

«Mihi autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Iesu Christi»[29]. Io non ho nessun altro vanto se non nella croce di Cristo. Di che cosa mi posso vantare? Di niente! Se mi vanto di una cosa è solo quella di godere della croce di Cristo, di avere il beneficio della croce di Cristo; quell’evento è la mia forza, è la mia potenza, è la mia libertà. È lo Spirito che mi ha ricreato e me ne vanto: è lui la mia forza. Attraverso la croce il mondo per me è stato crocifisso.

È la conclusione più bella che si possa fare dopo aver sostato davanti al Crocifisso nella contemplazione delle sue sante piaghe.

Le note di Buxtehude rendono ancor più mistica e spiritualizzante questa “contemplatio”, consapevoli di essere divenuti nuove creature in virtù del sangue di Cristo che ci ha redenti.


[1] Cfr. LA MUSICA, Enciclopedia storica, a cura di A. BASSO, vol. I, UTET, Torino, 1966, p. 255.

[2] Ibidem, p. 635.
[3] Ibidem, p. 637.
[4] Ibidem, p. 642.
[5] http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost13/Arnulfus/arn_memb.html#pec

[6] Rhythmica oratio ad unum quodlibet membrorum Christi patientis et a cruce pendentis; in: Bernardi opera, PL vol. 184, col. 1319 sqq. ed. J. P. Migne, Paris 1844 sqq.; in: Poésie latine chrétienne du moyen âge ed. H. Spitzmuller, Paris 1971

[7] O.  GUIDOTTI, Organista Direttore Compositore

[8] Na 2, 1.

La morte di Gesù sulla croce non è paragonabile a quella dei malfattori che gli stanno accanto: è il chicco di grano che muore sotterrato per poi rispuntare rigoglioso. I piedi del crocifisso, inchiodati al legno della croce, non sono destinati a rimanere inerti, freddi, soggetti a polverizzarsi, ma a riprendersi e vivacizzarsi in una translatio di dinamismo, proprio di chi va ad annunciare la buona novella. I piedi del messaggero, quindi, che portano il messaggio del Cristo morto e risorto, sono il continuum dei piedi di Gesù, che hanno percorso tante strade per annunciare il Regno. Le note dell’Oratorio applicate da Buxtehude a questi versi trasmettono un senso di profonda letizia e di slanciata spiritualità in contrasto con i toni mistici e tristi che accompagnano il contesto della Passio Christi.

[9] Na 2, 1:  Ἰδοὺ ἐπὶ τὰ ὄρη οἱ πόδες εὐαγγελιζομένου καὶ ἀπαγγέλλοντος εἰρήνην· (LXX)

[10] Na 2, 1.
[11] Is. 66, 12.

[12] In diversi spartiti viene riportato “blandicentur” al posto di “blandientur”, verosimile quest’ultimo alla Vulgata.  Paolo Diacono, nella sua opera Excerpta ex libris Pompeii Festi de significatione verborum, riporta il termine “blandicella, -orum” (= parole carezzevoli, lusinghiere). In questo autore troviamo pure l’aggettivo blandicellus ( = carezzevole, carezzante, dolce). In MELOS II. IN NUPTIAS PETRI IUNICONTII ET CATHARINAE MACHAEROPOEAE, leggiamo la bella e graziosa espressione: O Sponsa blandicella ( = dolce, carezzevole sposa): http://www.uni-mannheim.de/mateo/camena/pareus1/pareusmusae.html

L’uso della forma “blandicentur” nel latino medievale potrebbe avere, secondo una mia interpretazione del tutto personale, una valenza “denominativa” oppure “accomodatizia”, non quanto al senso ma quanto a una dizione più confacente. In ultima e plausibile analisi potrebbe trattarsi di un errore del copista.

[13] Is. 66, 12: τὰ παιδία αὐτῶν ἐπ’ ὤμων ἀρθήσονται καὶ ἐπὶ γονάτων παρακληθήσονται (LXX))“I suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati”. (BJ)

[14] Is. 66, 12.
[15] Zc 13, 6.

[16] Τί αἱ πληγαὶ αὗται ἀνὰ μέσον τῶν χειρῶν σου; (LXX)

Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e «Fa’ che lavi,
quando se’ dentro, queste piaghe», disse.
(Purg. IX,114)

In Dante le sette P rappresentano le “sette” piaghe di Gesù, che tutti gli uomini hanno nella coscienza, poiché ogni uomo è responsabile della crocifissione del Cristo. Il Purgatorio è diviso in sette balze, in ognuna delle quali vengono rimarginate queste sette piaghe. Le piaghe di Gesù non furono cinque, ma sette; una sulla fronte scavata da una lunga spina della corona dell’ingiuria, un’altra sulla spalla dal peso della croce, che tagliò la carne penetrando fino all’osso. La Sacra Sindone è in perfetta corrispondenza con i Vangeli: Luca narra come Gesù, nell’orto di Getsemani, cominciò a sudare sangue e come le gocce cadevano a terra (Luca 22, 44. Le ferite dei chiodi, nelle mani e nei piedi, sono le più evidenti nella Sindone, insieme a quella del colpo di lancia al “Cuore di Cristo già morto”, di cui parla Giovanni (19, 34).

[17] Ct 2, 13 – 14.

Il significato della colomba nella bibbia è ampio. L’immagine indica lo Spirito che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione (Gn 1,2). Si posa sull’arca per significare la fine del diluvio e il sorgere della nuova era. La colomba simboleggia un spirito puro e pacifico.  Nel Cantico dei Cantici la colomba è il simbolo della donna amata e quindi della Chiesa, sposa di Cristo. Al battesimo di Gesù,  lo Spirito discende sotto forma di colomba.

[18] 13 ἀνάστα ἐλθέ, ἡ πλησίον μου, καλή μου, περιστερά μου, 14 καὶ ἐλθὲ σύ, περιστερά μου ἐν σκέπῃ τῆς πέτρας ἐχόμενα τοῦ προτειχίσματος. (LXX)

[19] Ct 2, 13 – 14.

Il significato della colomba nella bibbia è ampio. L’immagine indica lo Spirito che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione (Gn 1,2). Si posa sull’arca per significare la fine del diluvio e il sorgere della nuova era. La colomba simboleggia un spirito puro e pacifico.  Nel Cantico dei Cantici la colomba è il simbolo della donna amata e quindi della Chiesa, sposa di Cristo. Al battesimo di Gesù,  lo Spirito discende sotto forma di colomba.

[20] I Pt 2 – 3. I cristiani neo-battezzati sono invitati a manifestare nei confronti della verità cristiana la stessa avidità che i bambini palesano per i cibo, necessario per la crescita. Il puro latte spirituale è il cibo genuino adatto per il λόγος dell’uomo, cioè il vangelo cristiano, che dà nutrimento e favorisce appieno la crescita cristiana. Come il bambino avido, il cristiano ha già imparato quanto sia buono il Signore.

[21] La Vulgata (! Pt 2, 2 – 3) riporta qualche variante testuale: sicut modo geniti infantes, rationabile sine dolo lac concupiscite, ut in eo crescatis in salutem, si tamen gustatis quoniam dulcis est Dominus (riferimento al Sal 34, 9). Nella Vulgata è presente la forma gustastis, la cui traduzione rispecchia più verosimilmente l’aspetto verbale latino. Il testo greco si presenta così: 2  ὡς ἀρτιγέννητα βρέφη τὸ λογικὸν ἄδολον γάλα ἐπιποθήσατε, ἵνα ἐν αὐτῷ αὐξηθῆτε εἰς σωτηρίαν,3  εἰ ἐγεύσασθε ὅτι χρηστὸς ὁ κύριος.

[22] I Pt 2 – 3
[23] Ct 4, 9.

Tutte le letterature descrivono le fattezze dell’amata. Nei vv. 1 – 7  l’uomo loda le varie parti del corpo della donna. Le similitudini naturalmente evocano un’immagine e non devono essere prese secondo il gusto estetico occidentale. In questo verso 9 l’amata è chiamata sorella mia, come nei canti egiziani.

[24] Ct 4,9 Ἐκαρδίωσας ἡμᾶς, ἀδελφή μου νύμφη, ἐκαρδίωσας ἡμᾶς (LXX)

[24 bis] Mi sembra appropriato citare a questo punto l’Estasi di Santa Teresa d’Avila riportata in un celebre passo degli scritti della santa, in cui ella descrive una delle sue numerose esperienze di rapimento celeste: “Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me. II dolore era così reale che gemetti più volte ad alta voce, però era tanto dolce che non potevo desiderare di esserne liberata. Nessuna gioia terrena può dare un simile appagamento. Quando l’angelo estrasse la sua lancia, rimasi con un grande amore per Dio.” (Santa Teresa d’Avila, Autobiografia, XXIX, 13)

[25] Ct 4, 9.
[26] Sal 30, 17.

Il risalto dato al volto di Dio è importante, perché sottolinea l’aspetto della teofania, cioè dell’esperienza di Dio. (cfr. Weiser)

[27] Ps 30, 17  ἐπίφανον τὸ πρόσωπόν σου ἐπὶ τὸν δοῦλόν σου, σῶσόν με ἐν τῷ ἐλέει σου. (LXX)

[28] Gesù muore nella piena consapevolezza, raccomandandosi accoratamente al Padre. Al momento della nostra morte, battendoci il petto, come il centurione, ci raccomandiamo a Gesù crocifisso, perché ci accompagni nel regno del Padre suo: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito.

[29] «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo». (Gal 6, 14)

Diario di un viaggio a Vienna (23-27.12.2011) di Pietrino Pischedda

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Viaggio a Vienna

23-27.12.2011

di Pietrino Pischedda


Natale diverso, quest’anno, o perlomeno non tra i parenti, come da tradizione.
Passare il Natale a Vienna ricrea lo spirito, ritempra le forze, suscita entusiasmo, accende la mente a nuove idee e a nobili progetti.
Siamo arrivati, consorte ed io, nella capitale austriaca il 23 sera con un volo della Niki partendo da Fiumicino. All’aeroporto Wien-Schwechat ci attendeva mia figlia, giunta due ore prima dalla Germania.
Nonostante fossero le 11.00 di sera, dopo aver sistemato i bagagli nell’hotel Atlanta, non molto discosto dal centro, abbiamo voluto pregustare l’atmosfera natalizia segnatamente data dalla ricchezza di luminarie attraverso le vie che portano allo Stephansdom, simbolo di Vienna.
Dopo esserci rifocillati in un tipico ristorante di fronte all’Università, siamo tornati in hotel percorrendo a piedi le magiche strade illuminate dai lampadari e dai festoni natalizi, anch’essi emananti suggestivi fasci di luce.

L’indomani, a metà mattinata, ripercorrendo a piedi la zona centrale, abbiamo appagato quello che era il nostro desiderio principale, e cioè la visita dell’ Hofburg: residenza imperiale di Vienna di un tempo e fulcro dell’impero asburgico.

In un’ala di quel complesso architettonico è possibile contemplare il Sisi- Museum, una mostra quanto mai interessante dal punto di vista – se mi è permesso dire –   del pettegolezzo, che illustra la vita privata di Elisabetta nei suoi variegati aspetti: ribelle al cerimoniale di corte, cultrice della bellezza, esperta cavallerizza, poetessa, pittrice, amante dei viaggi.
Nella Schatzkammer dell’ Hofburg di Vienna è custodita la Heilige Lanze o Longinuslanze (Lancia Sacra), uno dei simboli più importanti del Sacro Romano Impero e una delle più significative reliquie del Medioevo.
La lancia è menzionata solo nel Vangelo di Gv (19, 31 – 37):
«31 Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. 32 Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe  e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. 33 Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34 ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. 35 Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36 Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37 E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».
Il nome del soldato, Longino,  che colpì il costato di Gesù,  non è menzionato nel Vangelo di Gv ma nel Vangelo di Nicodemo.

Vicino al Sisi Museum, sul lato sinistro, si trova la chiesa di S. Michele, costruita in stile tardo romanico nel XIII sec. e rimaneggiata tra il XIV e il XV sec. in stile gotico.

L’interno è a tre navate. La chiesa è nota per le sue catacombe e per Mozart, che qui fece suonare per la prima volta l’ultima sua opera, il Requiem.

A mezzanotte la Messa di Natale nella cattedrale di S. Stefano (Stephansdom), strapiena di fedeli, animata dalle voci del Coro e dall’Organo monumentale del duomo.
L’omelia era naturalmente in lingua tedesca ma c’è stato anche un breve discorso in italiano da parte di un concelebrante, evidentemente originario della nostra terra.
All’uscita dal duomo un vento gelido sferzava il nostro volto, assuefattosi per poco tempo al tepore umano e spirituale del tempio esalante ancora profumo d’incenso.

Il tempo a nostra disposizione restava troppo stretto, per cui utilizzare anche il giorno di Natale non ci è sembrata una violazione o una profanazione della solenne festività.
Dopo aver visitato il Sisi Museum, ci siamo introdotti in un’altra ala dello straordinario complesso di edifici, per conoscere le tradizioni della mensa imperiale rappresentate dalle argenterie di corte, dai sontuosi servizi da tavola, dai bellissimi e lunghissimi centrotavola e dalle tovaglie di inestimabile valore.

Bellissimo il servizio inglese da dessert che Elisabetta donò all‘imperatore Francesco Giuseppe. Creato nel 1870 da William Coleman, i piatti sono adorni di disegni naturalistici, di insetti, uccelli, fauna marina e flora.

Dopo una visita così importante e caratterizzata dalla presenza soprattutto di utensili improntati alla cucina e adibiti per i banchetti di corte, meritavamo anche noi di sederci a tavola e festeggiare il Natale in un ristorante italiano non lontano dalla Stephansplatz.

Tante calorie accumulate con la consumazione di cibi e bevande così prelibati richiedevano poi la volontà di dissiparle attraverso un camminare prolungato e costante, pena la brutta sorpresa di vedere l’ago della bilancia innalzarsi oltre il dovuto.
Sotto il freddo pungente, ogni tanto volgendo lo sguardo alle vetrine colorate dei negozi del centro, chiusi già dal pomeriggio della vigilia di Natale, e sentendo il cigolare delle carrozze turistiche trainate da cavalli che sfrecciavano in sequenza davanti ai nostri occhi,

passando davanti alla  Pestsäule, o Colonna della Peste, fatta costruire da Leopoldo I come segno di ringraziamento per la fine della grave ondata di peste che aveva colpito la città e che aveva causato 75.000 morti, abbiamo fatto ritorno in hotel quando ormai era buio.

Ogni volta che  si viaggia, bisogna essere metodici, pianificando il soggiorno in modo tale da non disperdere le energie in troppi interessi che poi non tutti  vengono pienamente soddisfatti.
La nostra meta prefissata era la corte degli Asburgo e questa abbiamo seguito.
Rimaneva una preziosa chicca da vedere, da gustare con calma alla vigilia del ritorno in Italia. Non si poteva escludere in questo nostro viaggio culturale il belvedere di Vienna, cioè Il Castello di Schönbrunn.

Fu Carlo VI a voler fare del castello di Schönbrunn la residenza estiva della famiglia imperiale. Egli però morì prima di iniziare i lavori di ampliamento del palazzotto di caccia preesistente, che vennero invece portati a termine da sua figlia Maria Teresa d’Austria, coadiuvata da abili architetti dell’epoca, tra i quali spicca il nome di Nicolò Picassi.
Tra il 1805 e il 1809 il Castello di Schönbrunn fu anche la residenza di Napoleone Bonaparte.
L’imperatore Francesco Giuseppe vi abitò dalla nascita (1830)  fino alla morte (1916). Nel 1918 l’imperatore Carlo I abdicò e pose fine alla secolare monarchia austriaca.
Attualmente il castello di Schönbrunn ha 1.441 stanze di diversa metratura, alcune delle quali adibite ad usi governativi, altre, circa 200,  aperte al pubblico in forma di museo.
Noi abbiamo visitato e ammirato  stanza dopo stanza i vari oggetti messi in mostra considerando che gli Asburgo, se non fosse per le disgrazie familiari loro occorse lungo un arco notevole di tempo, hanno avuto una tale dovizie di beni e di benessere da fare invidia anche ai potenti dei nostri giorni.
L’imperatrice Elisabetta d’Austria, chiamata Sissi, ha vissuto in questo contesto di gloria e di sfarzo, pur non essendo incline, per il suo stile di vita e per il suo carattere a rimanere rinchiusa dentro gli schemi di un cerimoniale di corte rigido e costrittivo.
Dopo la morte tragica del figlio Rodolfo decise di uscire da quei meandri di palazzo e darsi ai viaggi per l’Europa.
A Ginevra però trovò la morte per mano di un anarchico italiano mettendo fine a quella che era la sua grande aspirazione alla libertà.

Le sue spoglie riposano, insieme agli imperiali Asburgo, nella cripta della chiesa dei Cappuccini a Vienna, che noi abbiamo onorato con pietà e raccoglimento la mattina del 27 dicembre, poco prima della partenza.

Il pranzo in un ristorante viennese si è concluso con la Sachertorte, torta al cioccolato inventata da Franz Sacher per Klemens von Metternich il 9 luglio 1932 a Vienna.
Nel pomeriggio il ritorno a Roma, sempre con un volo della Niki.
Rimane il proposito di ritornare quanto prima nella capitale austriaca per ammirare ancora tante meraviglie.

VACANZE ABRUZZESI: Estate 2011 (di Pietrino Pischedda)

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Vacanze Abruzzesi

Estate 2011

Dal diario di Pietrino Pischedda

23 luglio

Partiamo, consorte ed io, nella prima mattinata con destinazione Roccaraso, nota località turistica abruzzese, in provincia de L’Aquila.

La pioggia ci accompagna per tutta la durata del viaggio, 3 ore circa!

Al centro della cittadina ci accoglie un bellissimo hotel, che nella fattispecie rispecchia l’ordine e l’eleganza della Svizzera da cui mutua il nome, Suisse.

Dopo aver scaricato i bagagli ed esserci sistemati in camera, consumiamo un pranzo abbondante e piacevole all’interno della stessa struttura.

Nel pomeriggio non piove più. L’aria diventa frizzante ma gradevole.

Decidiamo di noleggiare un bicicletta per parte e fare una lunga escursione sulle piste ciclabili che si snodano fuori dal centro abitato.

Durante il percorso respiriamo l’aura pungente che scende dai monti circostanti e gradiamo l’odore acre del fieno che qui viene imballato sotto forma di grandissime ruote.

La sera, la cittadina brulica soprattutto di turisti romani che si riversano nelle vie del centro animate da gruppi musicali e allietata dalle insegne colorate dei negozi, dei ristoranti e degli alberghi multipiano.

24 luglio

La giornata, già dal primo mattino, si presenta limpida e soleggiata.

L’invito a percorrere a piedi i vari sentieri che portano verso la montagna non ci coglie impreparati. Il proposito, infatti, di stare ogni giorno a contatto con la natura viene rispettato in maniera incondizionata.

Giungiamo alle 9.00 all’Ombrellone, zona periferica di Roccaraso e punto di partenza sia della seggiovia sia per i molteplici sentieri che spronano il turista alla scoperta di una natura incontaminata, ricca di faggi e di fiori di montagna dal profumo inebriante.

Percorriamo a piedi la strada asfaltata che porta al Campetto degli Alpini con l’intenzione poi di arrampicarci su in alto fino al pianoro dove è collocata una croce monumentale visibile da tutta la vallata circostante.

La parte finale cosparsa di fitta boscaglia e costituita da terreno ripido e insidioso ci costringe a ritornare sulla piana. Di qui scegliamo uno dei sentieri numerati per fare rientro in paese.

Il sentiero 105 ci porta alla località Quadrone, immenso anfiteatro naturale, circondato da una pineta rigogliosa e ristoratrice.

Lungo i sentieri e negli spazi aperti contempliamo molte specie arbustive ed erbacee: la ginestra, il ribes, il corniolo, la rosa canina, il ginepro, il prugno, il lampone, la fragolina di bosco, le campanule e le bellissime orchidee.

Camminare per me significa entrare nella Natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai. La Natura per me non è un campo da ginnastica. Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi. Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori. Le alte montagne sono per me un sentimento” (Reinhold Messner)

25 luglio

Un’altra mattinata in bici, lunga, faticosa ma corroborante.

La prima tappa è  Rivisondoli, cittadina a breve distanza da Roccaraso.

Per arrivare al centro storico bisogna percorrere una strada ripida e tortuosa e quindi pedalare con non poco sforzo. Arrivati in cima, oltre al belvedere della parrocchiale con la sua bella torre campanaria che svetta sulle case colorate e domina l’ampio piazzale, si può ammirare tutto il tessuto urbano abbarbicato sulla collina a mo’ di presepe.

Dopo aver ristabilito un po’ le nostre forze, decidiamo di proseguire per Pescocostanzo, a pochi km dal paese che lasciamo.

Affrontiamo ancora una breve salita e quindi attraverso una lunga pedonabile entriamo a Pescocostanzo, cittadina altrettanto interessante per il suo centro storico con la sua basilica secentesca e il Municipio che ostenta sulla torretta un vistoso orologio. Le case con le porte dalla bella fattura e dai colori anticati rendono magica questa città.

Per le strade lastricate s’incontrano numerosi visitatori che rompono il silenzio tipico dei paesi di montagna.

La minaccia della pioggia annunciata ci costringe a riavviare i pedali e fare ritorno in breve tempo, stavolta in discesa, al nostro hotel, il cui nome  – lo ricordo ancora  – è Suisse.

Nel pomeriggio una visita alla chiesetta di s. Bernardino da Siena. Sull’architrave della porta d’ingresso leggiamo la seguente frase in latino:

Quod faciens iter hic sis Bernardine refectus

Rasidines renovant quod posuere Patres.

Anno Salutis MDCCLI

(Poiché durante il tuo peregrinare, qui, o Bernardino, ti sei ristorato,

i Roccolani restaurano ciò che i Padri hanno edificato.

L’Anno della Salvezza 1751)

trad. Pischedda

26 luglio

In mattinata, dato il tempo favorevole, rivisitiamo Rivisondoli percorrendo a piedi la pedonabile, che dal Palaghiaccio, alla periferia di Roccaraso, porta direttamente alla località prescelta.

Percorsa la lunga gradinata, che dall’ingresso della cittadina conduce al centro storico, visitiamo la parrocchiale, dedicata a s. Nicola di Bari, costruita nei primi anni del ‘900.

Nel pomeriggio ci spostiamo col bus di linea a Castel di Sangro, a 12 km da Roccaraso.

Attraversiamo le vie del centro ricche di negozi e andiamo su in vetta alla collina, percorrendo dei tornanti a gradinata, dove è collocata la Basilica Collegiata. Non è però visitabile all’interno a motivo dei lavori di restauro in corso.

Scendendo ci soffermiamo in Piazza Plebiscito, spaziosa, quadrangolare, circondata da una grande terrazza belvedere, da una chiesa secentesca e da palazzi colorati.

Sul tardo pomeriggio facciamo rientro in hotel.

27 luglio

In mattinata andiamo a spasso per Roccaraso a goderci le vetrine dei negozi e ad intrattenerci con le persone che in questi gironi di relax  abbiamo conosciuto.

Nel pomeriggio, con la macchina ci spostiamo a Sulmona, patria del poeta latino Ovidio. Questa città nel suo centro storico offre tante cose da vedere al visitatore: palazzi sontuosi, negozi copiosi, chiese numerose, piazze ampie lastricate, un acquedotto medioevale,

costruito nel 1256 sotto il regno di Manfredi, figlio di Federico II di Svevia e formato da 21 arcate, che circondano un immenso anfiteatro dove si svolge la giostra cavalleresca risalente agli Svevi.

Una leggera pioggia disturba la nostra visita mentre ammiriamo i confetti tipici di Sulmona, rinomati in tutto il mondo.

Nel tardo pomeriggio facciamo rientro in hotel.

28 luglio

Una mattinata all’insegna del camminare nel bosco percorrendo il sentiero 101 che dall’Ombrellone ci porta a Punta Rossa e da qui al Trampolino Roma, da cui la panoramica dei monti circostanti e delle vallate è mozzafiato.

L’umida terra per la pioggia caduta insistentemente tutta la notte e le foglie anch’esse mollicce che fanno da tappeto ai percorsi segnati sui tronchi dei faggi rendono più agevole il nostro camminare. Ci inoltriamo nella fitta boscaglia di faggi e di pini che rendono la Natura sacra.

I raggi del sole filtranti attraverso i frondosi rami sembrano incoraggiarci ad andare avanti per i saliscendi dei sentieri che dopo due ore finalmente ci riportano al punto di partenza, dove è posizionata la stazione della seggiovia che ci invita a non andare via ma a godere ancora dello spettacolo della montagna.

La seggiovia è lì pronta ad accoglierci e dopo una decisione convinta e subitanea risaliamo, seduti, appesi ad un filo e sospesi nel vuoto.

Arrivati in cima, sostiamo un po’ e come astronauti sulla luna compiamo una breve passeggiata sulla terrazza naturale per contemplare un altro panorama che lascia il fiato sospeso. Vediamo i monti illuminati dal sole, scorgiamo in lontananza Rivisondoli e più in qua Roccaraso che ci aspetta per il pranzo meritato.

Ripercorriamo in seggiovia il tratto già fatto all’andata e poi a piedi arriviamo in hotel.

Dopo il pranzo e il riposo pomeridiano la giornata non è finita.

Roccaraso è turisticamente e culturalmente organizzata.

Alla periferia, in direzione Rivisondoli, il Palaghiaccio offre in questi giorni uno spettacolo quanto mai emozionante e divertente: vi si svolgono infatti i campionati nazionali di pattinaggio artistico con la partecipazione di circa 700 giovani.

Decidiamo di andarci. Restiamo lì inchiodati per due ore ad ammirare gli artisti singoli o in coppia che pattinano con eleganza e bravura. Anche la musica che li accompagna è coinvolgente.

29 luglio

Il desiderio di rivisitare con più calma e tranquillità Pescocostanzo, del X sec.,  è troppo forte, per cui dopo colazione ci affrettiamo a prendere il bus di linea che in venti minuti ci porta a destinazione. Andiamo subito al centro storico, perché è là che si trovano i gioielli architettonici.

Arriviamo in breve tempo alla piazza su cui si affaccia la Collegiata di Santa Maria del Colle (XIV-XV sec.) che contiene al suo interno magnifiche opere d’arte: nella navata centrale il soffitto a cassettoni dorato e dipinto, realizzato da C. Sabatini intorno al 1680. L’interno si presenta a cinque navate suddivise da imponenti pilastri ed è frutto della ricostruzione seguita al terremoto del 1456. E’ ricco di marmi, altari intarsiati, soffitti lignei. In particolare ammiriamo sull’altare maggiore la statua lignea duecentesca, inoltre il battistero in marmi policromi e la barocca cancellata in ferro battuto, opera dei maestri Santo e Ilario di Rocco (1699-1705), che chiude la Cappella del Sacramento.

Sulla stessa scalinata della Collegiata si affaccia la chiesa di Santa Maria del Suffragio dei Morti, che presenta un portale secentesco, un soffitto a cassettoni in legno  e un grandioso altare scolpito nel legno di noce, terminato da Ferdinando Mosca nel 1716. Sul retro della chiesa si può notare una porta murata, che evidentemente, attraverso una piccola gradinata, dava accesso alla chiesa, sul cui architrave si trovano in rilievo due teschi, con la seguente scritta:

NI SATIS EST NOSTRUM
CUNCTI
MISERESCITE CIVES

(Se non abbiamo fatto abbastanza, voi tutti concittadini abbiate misericordia di noi)

trad. Pischedda

Ci dirigiamo quindi nella piazza successiva dove, dirimpetto alla Collegiata anzidetta, si erge il cinquecentesco Palazzo Comunale con la torre dell’orologio.

Un pausa al bar della piazza per un aperitivo e poi rientro a piedi fino all’hotel per il pranzo.

Il pomeriggio è dedicato tutto allo shopping.

30 luglio

E vanno gli uomini ad ammirare le vette dei monti, ed i grandi

Flutti del mare, ed il lungo corso dei fiumi, e l’immensità

Dell’Oceano, ed il volgere degli astri… e si dimenticano di se medesimi”.

S. Agostino

Prima di ripartire per  Roma, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia e quindi nella commemorazione dei nostri fratelli caduti nei campi di battaglia per amor patrio, sentiamo il dovere di salire con la macchina fino al M. Zurrone (circa 1600 mt ), sulla cui cima, al termine di una lunga gradinata, scandita dalle stazioni della Via Crucis, si trova un monumento con una croce altissima innalzata appunto  alla  memoria dei Caduti senza croce.

La giornata bellissima e soleggiata, da quella altezza, ci offre una visione paradisiaca: la Natura circostante e sottostante, con la panoramica dei boschi che nei giorni scorsi abbiamo attraversato e dei paesi che abbiamo visitato e ammirato, sembra invitarci a soffermarci più del dovuto, memori del pensiero di Julius Kugy:

Non cercate nel Monte un’impalcatura per arrampicare,

cercate la sua anima”.

In verità noi lassù abbiamo ritrovato noi stessi e abbiamo dato la carica giusta e necessaria alla nostra anima, dopodiché ci siamo avviati per le strade tortuose della montagna e dell’A 24 per rientrare a Roma.

Prologo di Giovanni: breve commento di Pietrino Pischedda

Posted on gen 02 in: Senza categoria - Commenti disabilitati

Gv 1, 1- 18

Prologo

In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Egli era in principio presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di lui,

e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

In lui era la vita

E la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre,

ma le tenebre non l’hanno accolta.

Venne un uomo mandato da Dio

E il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone

Per rendere testimonianza alla luce,

 perché tutti credessero per mezzo di lui.

Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo

la luce vera,

quella che illumina ogni uomo.

Egli era nel mondo,

e il mondo fu fatto per mezzo di lui,

eppure il mondo non lo riconobbe.

Venne fra la sua gente,

ma i suoi non l’hanno accolto.

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato  potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

i quali non da sangue,

né da volere di carne, né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne

E venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi vedemmo la sua gloria,

gloria come di unigenito dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli rende testimonianza

E grida:«Ecco l’uomo di cui io dissi:

Colui che viene dopo di me

Mi è passato avanti,

perché era prima di me».

Dalla sua pienezza

Noi tutti abbiamo ricevuto

E grazia su grazia.

Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno l’ha mai visto:

proprio il Figlio unigenito,

che è nel seno del Padre,

lui lo ha rivelato.

(BJ)

 

Belle le parole di Giovanni, poetiche, ispirate, confortanti, portatrici di vita, di luce, di serenità.

Una luce squarcia le tenebre che avvolgono il mondo, fin dai primordi ma soprattutto ora, all’inizio di questo 2011, che si affaccia minaccioso, contraddittorio, fratricida, irrispettoso verso quel Dio creatore, datore del Verbo fattosi carne, respinto da chi vuole ancora brancolare nel buio.

Molti credono di essere la luce e non riconoscono la luce vera, il Verbo preesistente, la Sapienza incarnata.

Serpeggiano ormai, dovunque, operatori del male, subdoli suggeritori di bene, vani trasmettitori di gioia e di luce.

Guai farsi ingannare e trascinare da coloro che si sentono detentori della verità al di fuori della Chiesa e offrono rimedi effimeri e pericolosi.

“In lui era la vita

E la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre,

ma le tenebre non l’hanno accolta”.

Falsi profeti si annidano nelle dimore terrene e cercano di offuscare la luce divina.

“A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio”.

Beato chi, come Giovanni, rende testimonianza al Verbo incarnato e si sente figlio di Dio.

Roma, 2.1.2011   (Pietrino Pischedda)

FESTA SARDA AD OSTIA di Pietrino Pischedda

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FESTA SARDA

AD  OSTIA

8 - 10  Ottobre  2010

 

 

 

Roma ha reso onore alla Sardegna e ai Sardi, che abitano ormai da anni nella Città eterna, con un abbraccio spontaneo e caloroso, per la festa che gli Isolani hanno voluto offrire attraverso il folklore, i canti e la cultura propri della loro terra.

Nel piazzale retrostante l’Hotel Litus di Ostia il Circolo Culturale Quattro Mori della località marina, sotto la guida del Presidente Enzo Pisano, ha organizzato con bravura impareggiabile una festa ricca di tradizioni sarde: gastronomiche, folkloristiche, corali, con i gruppi di Santu Sidore di Orune, Tiscali di Dorgali, Prama ‘e Seda di Cala Gonone,

che ha anche animato la liturgia della Messa domenicale nella chiesa parrocchiale dedicata alla Madonna di Bonaria.

 

L’on. Gemma Azuni, consigliera del Comune di Roma, in qualità di rappresentante di Roma Capitale, nonché sostenitrice del Circolo Quattro Mori, date le sue origini sarde, ha rivolto parole di elogio e di ringraziamento ai numerosi conterranei presenti nell’Urbe e alla Sardegna tutta.

Allontanandomi con nostalgia da quel tripudio di balli, di canti, di voci di bambini e di adulti, mi sono rimaste impresse le note melodiose de Non potho reposare interpretate da Cristina Piras.

RIECCOMI IN SARDEGNA! (di Pietrino Pischedda)

Posted on lug 26 in: Senza categoria - Commenti disabilitati

 

Budoni, 18 – 25 luglio 2010

RIECCOMI IN SARDEGNA!

 

 

Non mi è sembrato vero, una volta che la nave è entrata nel Golfo di Olbia, rivedere la mia terra, con i suoi profumi di una natura ancora selvatica e incontaminata.

Stavolta ritorno nell’isola non da solo ma con mia figlia, cresciuta, e con la mia consorte, per una  breve vacanza nel litorale di Budoni.

Dalla spiaggia, ricoperta di sabbia finissima e bianca di porto Ainu, contemplo il mare, a tratti smeraldo, a tratti blu, mentre tira un lieve maestrale che increspa dolcemente le acque prospicienti monte Nieddu.

Allo sguardo fisso sulla distesa del braccio di mare seguono tanti ricordi del passato ma, soprattutto, tanti pensieri sul futuro, che, dopo questo fugace riposo, mi appare incerto, fragile, pieno di incognite, fondato sulla sabbia, come quella che ora calpesto e percorro avanti e indietro, dilettandomi a bagnare i miei piedi riarsi dal sole scottante, sulla battigia.

Per non pensare, ogni tanto mi immergo nelle acque cristalline e tutto, momentaneamente, scompare.

Nel tardo pomeriggio andiamo qua e là per i negozi che sanno d’arte, d’antico, di sardo. Poi il rientro, la cena, le discussioni, i problemi, le aridità, le incomprensioni, le comprensioni.

A notte fonda, parzialmente lunare, striscia il serpente nell’umida terra, sprofondando nel sonno.

Il dì seguente di nuovo il mare, disteso, non increspato, pronto ad accoglierci nelle sue acque rilassanti, conturbanti, invitanti ad amplessi insueti ed appaganti.

La natura intorno di licheni e oleandri sorride al mare e protende la sua ombra in un connubio di verde e di smeraldo, rendendo l’animo sereno, lontano dai crucci delle ore amare.

Ancora un altro giorno, il quarto di questo soggiorno isolano, promette bene con il sole radioso: un giorno diverso dagli altri, meno monotono, non più al mare ma nella Planargia, terra mia, dei miei natali.

Un pranzo ricco e festoso, offerto dalla nipote, con amore, nella sua bella magione, fa lieto il viaggio in questa plaga, avara di affetti e incline ai pregiudizi.

Ed ecco il quinto giorno di pieno sole e di godimento del mare, sempre più limpido, sempre più accondiscendente a legami che sembravano da tempo decaduti.

Il sesto giorno, lasciamo il mare di Budoni per andare a Cala Gonne, in territorio di Dorgali, dopo una breve visita a Nuoro, in particolare alla chiesa della Madonna delle Grazie e alla Cattedrale.

Lungo il percorso tortuoso per Cala Gonne sostiamo sul ponte che attraversa il Cedrino. La vista del fiume è quanto mai suggestiva e spettacolare.

Dopo un pranzo abbondante e succulento in un ristorante vicino al porto ci imbarchiamo alla volta delle grotte del Bue Marino. Sia la navigazione che la visita all’interno della grotta ci lasciano senza fiato.

L’indomani, alla vigilia del ritorno a Roma, avviene un secondo incontro con la nipote e il marito, a Su Cologone, nel ristorante bellissimo e rinomato, per il pranzo, offerto dalla coppia che ci ha invitato.

Nel pomeriggio, prima di rientrare a Budoni, la nostra vista è appagata dal paesaggio circostante e dalle grotte di Sa Ohe, vero spettacolo della natura.

Il 25, alle 12.00, ci imbarchiamo da Olbia alla volta di Civitavecchia. Sul ponte della nave, per otto ore, in mezzo al mare blu, di tanto in tanto allietato dalla presenza di qualche delfino, completiamo l’abbronzatura sotto il sole impietoso e cocente.

Un gabbiano ci osserva dall’alto.

Tutto sommato, il riappropriarmi spiritualmente e psicologicamente della mia terra, assaporandone i profumi, le tradizioni e i contatti con la gente che si esprime ancora in lingua sarda, è stato per me un rivivere i ricordi del passato, di quello più lontano e di quello meno remoto.

Ricordo con piacere S. Teodoro e Porto Ottiolu, località ricche di negozi e di case colorate ma, soprattutto, piene di vita.

Porterò sempre nel cuore la mia cara Isola, con la speranza di rivisitarla più spesso insieme alla mia famiglia.

VIAGGIO IN GRECIA: 11 – 15 aprile 2010

Posted on apr 24 in: Senza categoria - Commenti disabilitati

VIAGGIO IN GRECIA: 11 – 15 aprile 2010

 

 

La hall dell’aeroporto di Fiumicino, al terminal 1,  è stracolma di gente e di bagagli, quando alle 8.00 del mattino raggiungo la mia classe attorniata da genitori e parenti. Rivedo anche le mie due colleghe, B. e R., attente nel controllare le presenze dei loro rispettivi alunni, anch’essi compagni di viaggio in Grecia.

L’aria che vi si respira è festosa, a tratti chiassosa, come di solito avviene in occasione di gite scolastiche, durante le quali i ragazzi manifestano il loro comprensibile entusiasmo, approfittando dei momenti di evasione dai banchi delle aule e dal controllo dei familiari.

Il volo Roma – Atene rientra negli orari previsti, per cui nella tarda mattinata, una volta sbarcati all’aeroporto ateniese, dopo un’ora di pullman, l’allegra comitiva si ritrova a Capo Sounion

da cui si può contemplare il mare Egeo, spettacolo della natura per le sue acque blu, un tempo solcate dalle navi degli eroi ellenici e ora attraversate da quelle di crociera. Il vento fortissimo e incessante che in quel momento imperversa sull’altura non ostacola i turisti, che a gara si avvicendano ai limiti dei dirupi prospicienti il mare per immortalare con le digitali la loro visita, all’ombra di quel che resta del tempio in stile dorico, fatto costruire nel 444 a.C. da Pericle e

dedicato a Poseidone, il dio dei mari.

Scendendo dal promontorio, attraverso il vento ululante tra le colonne del sacro tempio, si ha la sensazione di sentire l’urlo imperioso di Ulisse ai suoi compagni.

È il primo assaggio di suolo greco prima di arrivare nel cuore di Atene e quindi all’hotel Stanley, luogo di soggiorno, da cui nei prossimi giorni ci muoveremo in varie direzioni e verso i siti più noti della Grecia antica.

La cena ricca e succulenta della sera mette fine a una giornata lunga e faticosa. 

Il secondo giorno, dopo una colazione variegata e abbondante in hotel, l’attesa per visitare l’Acropoli di Atene è troppo grande. Anna e Maria, le due guide di Corfù che ci accompagneranno in questo nostro itinerario, sono già pronte nella spaziosa hall dell’albergo.

Arrivati col pullman ai piedi del complesso monumentale dell’Acropoli, la nostra attenzione è rivolta a quel che resta dell’antica Grecia: resti consistenti, meravigliosi, che richiamano la realtà suggestiva di un tempo, quello dei filosofi, dei tragediografi e dei commediografi.

Come non rimanere estasiati di fronte ai Propilei, al Partenone, al tempio di Athena Nike, all’Eretteo?

 

La visita, poi, del Museo dell’Acropoli dà un senso a quanto già visto e a quanto vedremo nei giorni successivi in altre parti della Grecia.

Nel pomeriggio, dopo un pranzo appagante in un locale del centro, ci addentriamo nella zona del Monastiraki e della Plaka, dove è possibile acquistare qualche souvenir.

La giornata dedicata ad Atene si conclude in hotel con una cena adeguatamente sostanziosa e soddisfacente.

In serata arrivano altre due classi del Vivona con tre professori accompagnatori, con i quali trascorriamo un po’ di tempo sulla terrazza dell’albergo, contemplando il panorama della città, incluso il Partenone, che, di notte, illuminato, suggestiona ancor più la nostra vista.  

Ancor più suggestivo il terzo giorno con la visita di Delfi e del suo complesso monumentale: il santuario e il tempio di Apollo, il Museo, lo stadio, il teatro, etc.

Qualcosa di divino, di sacro e di misterico sembra aleggiare, mentre in ordine e rispettoso silenzio percorriamo i sentieri lastricati che portano verso le alture.

Dalle gole della montagna si ha l’impressione di udire il responso della Pizia.

Come ai piedi dell’Acropoli notammo la presenza di cani abbandonati, alimentati dai turisti di giornata, così all’ingresso della città sacra di Delfi è interessante vedere una piccola colonia di gatti. Gli uni e gli altri, dunque, quali divinità tutelari delle rovine dell’antico splendore ellenico.

La stessa scena si può osservare a Roma, a largo Argentina: una colonia di felini tra i resti dell’antica Roma.

Varia, inoltre, la quarta giornata per le tre tappe affrontate in Argolide: il canale di Corinto,

 

canale  artificiale lungo oltre 6 mila metri che collega il Golfo di Corinto con il mar Egeo, tagliando in due l’istmo di Corinto. 

L’ideazione dello stretto fu di Nerone, il quale inaugurò i lavori con un colpo d’accetta d’oro. L’opera si fermò a tremila metri. Il progetto proseguì molti anni più tardi, cioè nel 1800.

Micene, con l’Acropoli di forma triangolare, sulla quale osserviamo la celebre porta dei Leoni,   

la tomba di Agamennone e il palazzo reale.    

Epidauro  

conosciuta principalmente per il suo santuario dedicato ad Asclepio  e per il suo teatro, utilizzato ancora oggi per le rappresentazioni teatrali.

Arriviamo al quinto e ultimo giorno del nostro viaggio. La mattinata è dedicata alla preparazione delle valigie e alla visita del Museo dell’Acropoli, intelligente costruzione moderna, le cui ampie sale, ospitanti le principali opere scultoree dell’antica Ellade, sono illuminate pienamente dalla luce naturale proveniente dalle enormi vetrate, non accecante, al contrario riposante, facilitando così il lungo percorso che si snoda su e giù per l’intera struttura.

È giunto il momento di tornare a Roma. Con un certo senso di tristezza lasciamo questa amata terra, che molto ha dato all’antica Roma in cultura e civiltà e a

cui ancora oggi ci sentiamo legati in uno scambio di saperi e di tradizioni incommensurabili.

Prima di partire lascio impressa nella mia digitale una bellissima pianta d’acanto, posta al declivio dell’Acropoli. La imprimo anche su queste pagine per voi lettori che ancora non avete visitato la Grecia, con l’invito chiaro a partire e onorarla con la vostra presenza.

P I E T R I N O P I S C H E D D A

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A R G O M E N T I C U L T U R A L I

VENI, VIDE ET MANDUCA LITTERARUM PANEM

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“Apri la bocca e mangia ciò che io ti do”. “Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo (…) Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele”. (Ez  2, 8-9; 3, 2-3).

Sono lieto di accogliervi in questo nuovo sito, dove è possibile assaporare il pane soave della cultura, quella vera!

Attraverso queste pagine culturali potrete vivere momenti intensi di studio, di riflessione e di interiorità profonda!

L’arte non è arte finché qualcuno non dice che lo è!

 

Tutti i racconti, le poesie, gli studi e i pensieri pubblicati in questo sito a firma di Pietrino Pischedda non possono essere riprodotti. La riproduzione anche parziale di essi sarà perseguibile civilmente e penalmente nella misura massima consentita dalla legge in vigore.

 

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SEGNO ACQUARIO

Pietrino Pischedda è uno scrittore-poeta sardo e vive attualmente a Roma. È laureato in Lettere e Teologia e, honoris causa, in Sociologia.

Ha pubblicato il saggio teologico La formazione biblica delle vergini in alcuni scritti patristici (Bosa, 1973); i libri di poesie Lea (Libroitaliano, 1996),  Sorbe (ibidem), 1997); una raccolta di racconti Ispàntu (Aetas, 1998); traduzione dell’esegesi dei salmi XXI e XXXI di San Tommaso d’Aquino, di Beda il Venerabile e del salmo XXXI di Alcuino; traduzione dell’opera di Jacopo Caviceo, De exilio Cupidinis, con presentazione e commento della Dott.ssa Giuliana Giallella; il romanzo Animas (Frorias, 2008).

È coautore dello studio Donna e Natura nei poeti italiani dal ‘200 al ‘900, pubblicato nella rivista “Orizzonti”.

Professore di Lettere classiche in un Liceo della Capitale, si accinge alla pubblicazione di un altro romanzo e di ulteriori studi di carattere storico e filologico.

Da tre anni ha attivato un progetto all’interno della scuola finalizzato a rendere viva e parlata la lingua latina: EPISTULARUM COMMERCIUM INTER EUROPAE DISCIPULOS. I primi due anni (2207/08; 2008/09) ha curato lo scambio culturale con la Germania, il terzo (2009/10) con la Spagna.

Fa parte del Gruppo pro lingua latina in E.S.O., per la difesa e la promozione del latino vivo.

 

Il sito di Pietrino Pischedda si presenta come un vasto libro di carattere culturale e quindi aperto a tutti coloro che desiderano conoscere o approfondire i saperi in campo filosofico, teologico e letterario.

 

 

Ciao mondo!!

Posted on ott 29 in: Senza categoria - Commenti disabilitati

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