Tempo di vendemmia: di Pietrino Pischedda

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Tempo di vendemmia

Genesi 9:20-27
20 Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. 21 Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda. 22 Cam, padre di Canaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. 23 Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto.
24 Quando Noè si fu risvegliato dall’ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore; 25 allora disse:
«Sia maledetto Canaan!
Schiavo degli schiavi
sarà per i suoi fratelli!».
26 Disse poi:
«Benedetto il Signore, Dio di Sem,
Canaan sia suo schiavo!
27 Dio dilati Iafet
e questi dimori nelle tende di Sem,
Canaan sia suo schiavo!»
(Vers. CEI)
Forse non si è mai considerato chi sia stato per primo a impiantare una vigna e dal suo frutto trarne quel nettare speciale e delizioso che si chiama vino!
Presuntuoso io che faccio queste affermazioni, anche se attenuate da un “forse”!
No, ci sono stati e ci sono studiosi, luminari dell’umanità, che dopo tanti studi e tante scoperte hanno azzardato delle ipotesi, attribuendo ora a un popolo ora a un altro il pregio della invenzione del vino.
Non sarà stata la manna discesa dal cielo, anche perché il vitigno è ben piantato nella terra e dopo un tempo congruo mostra i suoi grappoli destinati a essere pigiati per dare quel succo che tutti conosciamo.
Che sia stato invece Noè a inventare il vino? Io credo proprio così, anche perché tutto ciò avviene dopo il diluvio, dal quale si salva il patriarca con il suo nucleo familiare e ogni specie animale.
Il grande cataclisma spazza via tutto e rinnovella la terra. Si ricomincia una nuova vita!
Ed eccoci a Noè, uomo giusto, timorato di Dio, dedito alla sua famigliola, che qualcosa si deve pur inventare per passare la giornata. La terra, dopo il diluvio, si è purificata, rassodata ed pronta per accogliere i semi che diano i loro frutti.
Noè è un γεωργὸς γῆς, un coltivatore, un uomo che vuole sperimentare che cosa può produrre quell’immenso podere che Yahweh gli ha posto dinanzi, tutto a sua disposizione.
Prova e riprova, l’acuto contadino cominciò a piantare una vigna (ἐφύτευσεν ἀμπελῶνα).
Mal gliene incolse, però, perché l’uomo di Dio, non conoscendo la sua novella creatura, dopo che ne bevve, si ubriacò e nudo si addormentò nella sua tenda.
Nessuna meraviglia, niente di scandaloso! Si tratta di un uomo, anche lui fragile, che dopo questa prova saprà misurare con responsabilità il suo comportamento.
Ciò su cui, però, la Scrittura si sofferma è la reazione incontrollata e negativa del figlio minore, Cam, che si scandalizza della nudità del padre e va a riferire la notizia ai fratelli Sem e Iafet, i quali corrono subito a coprire il genitore con un mantello, senza tuttavia vederne la nudità.
Il risveglio di Noè dalla sbronza è perlomeno curioso, perché sottolinea la dura lezione nei confronti di Cam, che non ha avuto rispetto per il padre, mentre elogia e premia l’atteggiamento degli altri due figli, Sem e Iafet.
Nella “narratio“ di questi versi, quindi, c’è “in nuce” il comandamento che prescrive di onorare il padre e la madre, in qualsiasi condizione essi si trovino.
La nudità, che può essere segno di fragilità, debolezza, malattia, povertà e tanto altro ancora, non ci deve scandalizzare ma ci deve sospingere a soccorrere chi si trova in difficoltà. Figuriamoci se si tratta dei propri congiunti!
Il Cristo, nudo sulla croce, è di scandalo per certuni ma non lo è per chi ha fede, per chi crede che è proprio da quello spogliarsi che avviene il lavraco  delle nostre sozzure.
Pietrino Pischedda
Roma 13 settembre 2020

La corrispondenza epistolare andata in disuso: di Pietrino Pischedda

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La corrispondenza epistolare andata in disuso!

Non così nei tempi antichi!

Senza scomodare Cicerone, prendiamo una lettera di Seneca ( la XV) al suo amico Lucilio!
“Seneca Lucilio suo salutem” (dicit).
Seneca saluta il suo amico Lucilio.
L’intestazione di una lettera di questo genere ce la sogniamo. Giustamente ce la sogniamo!
L’esordio sembra piuttosto aulico, freddo, burocratico! E invece no! Nello stile epistolare tutto è giustificato! Ciò che dà calore alla missiva è quel “suo” e la parola “salutem”!
Quando incontriamo una persona amica la salutiamo! Che cosa significa che la salutiamo? Vuol dire che ci rallegriamo nel vederla sana e salva e nel constatare che godae buona salute. Una persona che salutiamo con tanto affetto fa parte della nostra sfera amicale e siamo felici di scambiarci dei sentimenti che fanno parte del buon vivere insieme.
È un costume antico, dice Seneca, tramandato fino  ai suoi tempi, che al saluto si aggiunga la formula: “si vales bene est, ego valeo” (se tu stai bene, va bene, io sto bene). Notiamo come chi scrive gode della salute del destinario e confessa di stare bene anche lui al pensiero che il suo amico goda ottima salute!
Anche il fatto di pensare, ragionare, filosofare, discettare, argomentare, rientra nello star bene: “si philosopharis, bene est”. Tutto ciò che facciamo con trasporto concorre a farci stare bene! Ciò che pensiamo e facciamo lo esprimiamo con un “incipit” spontaneo, nato così “ex abruto”: “caro amico, ti scrivo …”
Al saluto iniziale seguono, nelle lettere colloquiali, familiari e amicali, le narrazioni, le raccomandazioni, le confidenze, etc.
Che cosa dice, nello specifico, Seneca a Lucilio?
In fin dei conti la cosa fondamentale sta nel “valere”(star bene)!
Se uno si dedica, ad esempio,  alla filosofia, va bene!
Senza il “valere” (lo star bene)  l’animo è malato (“aeger animus est”), ma anche il corpo (“corpus quoque”), anche se possiede grandi risorse, non si differenzia, per quanto attiene alla salute, dal corpo di un folle (“etiam si magnas habet vires, non aliter quam furiosi aut frenetici validum est“).
Bisogna, quindi, se si vuole stare bene, provvedere alla salute del corpo e dell’animo (qui non si fa menzione di “anima” ma di “animo”, che sarebbe l’equivalente di “spirito”(“Ergo hanc praecipue valetudinem cura, deinde et illam secundam; quae non magno tibi constabit, si volueris bene valere“). Il tutto a costo zero!
Il letterato non deve scimmiottare la moda mondana, occupando il tempo nel tonificare i muscoli, nell’amplificare il collo e nel fortificare i fianchi! È veramente da stolti! (“Stulta est enim, mi Lucili, et minime conveniens litterato viro occupatio exercendi lacertos et dilatandi cervicem ac latera firmandi”).
Quando ti sarai ingrassato e dilatato, non potrai mai eguagliare la forza e il peso del bue ben pasciuto (“cum tibi feliciter sagina cesserit et tori creverint, nec vires umquam opimi bovis nec pondus aequabis“).
Aggiungi, inoltre, che aumentando il peso del corpo, l’animo viene soffocato  e reso meno agile (“Adice nunc quod maiore corporis sarcinā animus eliditur et minus agilis est”).
Il consiglio che ti do, quindi, è di tenere sotto stretta sorveglianza il tuo corpo e di dare spazio allo spirito (“Itaque quantum potes circumscribe corpus tuum et animo locum laxa“). Bello e significativo l’imperativo “circumscribe”, per significare il freno da porre al corpo per dare respiro allo spirito.
Come mai questi pregiudizi e questi avvertimenti da parte del filosofo? Eccone i motivi:
La fatica profusa negli allenamenti rende fiacco lo spirito e lo distrae dagli impegni programmati.
L’abbondanza del cibo mortifica la lucidità della mente.
(“… primum exercitationes, quarum labor spiritum exhaurit et inhabilem intentioni ac studiis acrioribus reddit; deinde copiā ciborum subtilitas impeditur”).
Non bisogna indugiare appagando il corpo, ma è necessario passare presto allo spirito, da esercitare di continuo, notte e giorno (“Quidquid facies, cito redi a corpore ad animum; illum noctibus ac diebus exerce“). Le prescrizioni impartite da Seneca hanno lo spirito di un anacoreta!
Rafforzare lo spirito non richiede di per sé grande sacrificio: né il freddo, né il caldo, neppure  la vecchiaia possono impedire la crescita nello spirito (“hanc exercitationem non frigus, non aestus impediet, ne senectus quidem“).
In definitiva persegui quel bene che migliora col passare degli anni! (“Id bonum cura quod vetustate fit melius“).
Il maestro non vuole imporre niente, né di tenere fissi gli occhi su un libro, né di stare curvi sulle tavolette! Raccomanda, però, di concedere del tempo allo spirito, in modo che questo possa essere rinnovato (“Neque ego te iubeo semper imminere libro aut pugillaribus: dandum est aliquod intervallum animo, ita tamen ut non resolvatur, sed remittatur”). C’è molto di mistico in questo passo!
Attenzione a non rendere sciocca la propria vita! Ma quale sarebbe questa vita sciocca? (“Quam tu nunc vitam dici existimas stultam?”)
A quanto pare, la nostra, che una cieca cupidigia porta a cose destinate a nuocere e mai a saziarci, in quanto se qualcosa potesse essere abbastanza, lo sarebbe stato, non pensando  quanto sia piacevole non chiedere nulla e quanto sia stupendo essere soddisfatti e non dipendere dalla sorte.
(“nostra dicitur, quos caeca cupiditas in nocitura, certe numquam satiatura praecipitat, quibus si quid satis esse posset, fuisset, qui non cogitamus quam iucundum sit nihil poscere, quam magnificum sit plenum esse nec ex fortunā pendere”).
In ogni caso ricordati quanti bei risultati hai ottenuto e quando guarderai quanti ti precedono, pensa quanti ti seguono. Se vuoi essere grato verso gli dei e verso la tua vita, considera quanti hai superato.
(“Subinde itaque, Lucili, quam multa sis consecutus recordare; cum aspexeris quot te antecedant, cogita quot sequantur. Si vis gratus esse adversus deos et adversus vitam tuam, cogita quam multos antecesseris”).
Che cosa hai in comune con gli altri? Tu hai superato te stesso! Stabilisci un traguardo che, anche se volessi, non puoi oltrepassare. Allontana codesti beni che sono insidiosi e che sembrano migliori più a chi ripone in essi la speranza che a quelli che li hanno ottenuti. Se qualcosa ci fosse in essi di sostanzioso, prima o poi darebbero una certa soddisfazione; ora eccitano la sete di coloro che bevono. Metti da parte le apparenze! Ciò che l’incerta sorte del tempo futuro si porta dietro, perché forzare la fortuna per ottenerlo piuttosto che non chiederlo a me stesso? A che scopo poi dovrei chiedere? Dovrei accumulare, dimentico della fragilità umana? Perché affaticarmi? Ecco, questo è l’ultimo giorno! Ma anche se non lo è, è vicino all’ultimo! Stammi bene!
(“Quid tibi cum ceteris? Te ipse antecessisti. Finem constitue quem transire ne possis quidem si velis; discedant aliquando ista insidiosa bona et sperantibus meliora quam assecutis. Si quid in illis esset solidi, aliquando et implerent: nunc haurientium sitim concitant. Mittantur speciosi apparatus; et quod futuri temporis incerta sors volvit, quare potius a fortunā impetrem ut det, quam a me ne petam? Quare autem petam? oblitus fragilitatis humanae congeram? in quid laborem? Ecce hic dies ultimus est; ut non sit, prope ab ultimo est. Vale.”)
Una lettera, come si può vedere, piena di contenuti importanti, tesi a condividere insieme all’amico quei beni che danno un senso alla nostra vita.
Pietrino Pischedda
Roma 9 settembre 2020

L’uomo: di Pietrino Pischedda

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L’ u o m o

Πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου δεινότερον πέλει (Sofocle)
Molte sono le cose meravigliose ma non c’è cosa più straordinaria dell’uomo!
Gn 1
26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.
Da qualsiasi parte lo contestualizziamo, sia nell’ambito pagano che biblico, l’uomo ha una sua centralità rispetto a tutto il creato: (ebr.) אדם (âdâm); (gr.) ἄνθρωπος; (lat.) homo.
“L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.“ (Pascal)
Dunque l’uomo nella sua interezza, anima e corpo, nelle sue diverse sfaccettature, nella sua debolezza, nella sua capacità di compiere qualsiasi azione buona o cattiva, data la libertà che gli viene concessa, nel suo pensiero.
Tutto ciò che l’uomo compie, nell’osservanza delle regole o nella trasgressione, è frutto del suo pensiero, che macina ed elabora progetti buoni o perversi.
L’uomo nella sua corporeità è un fuscello insignificante, soggetto a essere piegato e annientato dalle forze della natura, cieca e non pensante, ma mentre viene abbattuto non può essere decurtato del suo pensare e del suo rendersi conto che ha dei limiti nel contrastare la Natura, affidatagli in amministrazione, perché a un certo punto questa, la natura appunto, si scuote da un apparente stato di torpore e si ribella.
L’uomo deve far uso del cervello, controllando i suoi stati d’animo, i suoi istinti, le sue passioni, facendo sì che quanto intende operare volga sempre  al bene dei suoi simili.
Stride il fatto che l’uomo, pur essendo una macchina perfetta, completa, dotata di intelligenza, indirizzi quest’ultima a disegnare scenari di guerra e a sovvertire la pace universale.
Perpetrando azioni scomposte e contrarie al senso comune, l’uomo perde la sua vera immagine e somiglianza donategli dal Creatore all’alba del mondo.
Uomo, tu che sei la meraviglia del creato, di tutte le cose create, non deturpare questa tua immagine col fuoco della tua ira e della tua imbecillità!
Uomo, tu hai un cuore che pulsa per amare e non per odiare!
Uomo, tu che conosci la tua fragilità come una canna sbattuta dal vento, non atteggiarti a superuomo ma mantieni la tua umiltà a servizio del tuo prossimo, poiché tutti siamo bisognosi gli uni degli altri!
Non basta dire che l’uomo è una creatura meravigliosa!
Spetta all’uomo stesso dimostrarlo nelle azioni delle sue molteplici quotidianità!
Pietrino  Pischedda
Roma 28 agosto 2020

Nella somiglianza la diversità: di Pietrino Pischedda

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Nella somiglianza la diversità

Siamo simili ma diversi: per carattere, per indole, per comportamento e per molti altri aspetti dell’essere uomini, soggetti a imperfezioni più o meno gravi.
In quanto a cedimenti nessuno si salva! Chi credere di essere perfetto, nel momento in cui fa tale affermazione sbaglia.
Il breve brano di Marco Aurelio, riportato qui di seguito, ci dovrebbe far riflettere!
Ἕωθεν προλέγειν ἑαυτῷ· συντεύξομαι περιέργῳ, ἀχαρίστῳ, ὑβριστῇ, δολερῷ, βασκάνῳ, ἀκοινωνήτῳ· πάντα ταῦτα συμβέβηκεν ἐκείνοις παρὰ τὴν ἄγνοιαν τῶν ἀγαθῶν καὶ κακῶν. ἐγὼ δὲ τεθεωρηκὼς τὴν φύσιν τοῦ ἀγαθοῦ ὅτι καλόν, καὶ τοῦ κακοῦ ὅτι αἰσχρόν, καὶ τὴν αὐτοῦ τοῦ ἁμαρτάνοντος φύσιν ὅτι μοι συγγενής, οὐχὶ αἵματος ἢ σπέρματος τοῦ αὐτοῦ ἀλλὰ νοῦ καὶ θείας ἀπομοίρας μέτοχος, οὔτε βλαβῆναι ὑπό τινος αὐτῶν δύναμαι· αἰσχρῷ γάρ με οὐδεὶς περιβαλεῖ· οὔτε ὀργίζεσθαι τῷ συγγενεῖ δύναμαι οὔτε ἀπέχθεσθαι αὐτῷ. γεγόναμεν γὰρ πρὸς συνεργίαν ὡς πόδες, ὡς χεῖρες, ὡς βλέφαρα, ὡς οἱ στοῖχοι τῶν ἄνω καὶ τῶν κάτω ὀδόντων. τὸ οὖν ἀντιπράσσειν ἀλλήλοις παρὰ φύσιν· ἀντιπρακτικὸν δὲ τὸ ἀγανακτεῖν καὶ ἀποστρέφεσθαι. (Marco Aurelio)
Di buon mattino devo prefigurarmi quanto può accadere: m’imbatterò in un pedante, in un ingrato, in un insolente, in un falso, in un invidioso, in un asociale: si tratta di tratti comportamentali occorsi agli sprovveduti ignari del bene e del male. Da parte mia,  dopo aver esaminato la natura del bene e aver compreso che è bello e quella del male, riconoscendolo brutto; dopo aver osservato la natura dello stesso individuo che compie il male, ma che poi è un mio simile, non dello stesso sangue o seme, ma partecipe della stessa mente e dello stesso progetto divino,  non posso essere danneggiato da qualcuno di loro: nessuno infatti mi coprirà di bruttezze, né posso adirarmi con il mio simile né diventare odioso nei suoi confronti. Siamo nati infatti per una sinergia come i piedi, le mani, le palpebre, l’ ordine dei denti superiore e inferiore. Contrastarsi a vicenda, quindi, è contro natura. Lo sdegnarsi e il detestare è tipico di un avversario.
(versione libera di Pietrino Pischedda)
Pietrino Pischedda
Roma 26 agosto 2020

… per speculum in aenigmate… di Pietrino Pischedda

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… per speculum in aenigmate…

La frase completa recita: “Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem; nunc cognosco ex parte, tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum ” (1 Cor 13, 12).
Da notare subito la contrapposizione tra il “nunc” (ora) e il “tunc” (allora): il nunc, per intenderci, indica il presente temporale, il vissuto terreno, l’esistenza terrena, a prescindere dalla durata, termine quest’ultimo che rientra esclusivamente nella categoria umana fatta di tempi; il tunc, invece, non è riferibile a un passato nel tempo ma a un futuro eterno, a un ἔσχατον che coinvolge ciascuno di noi nell’aldilà.
Crediamo o non crediamo dobbiamo essere consapevoli che non possiamo fissare la tenda per vivere per sempre beatamente sulla questa terra. Arriva un qualsiasi accidente e abbiamo bell’e finito col pavoneggiarci e fare i gradassi sfidando i colpi di fortuna.
Torniamo al binomio antitetico nunc – tunc  per fare una riflessione sulla reale portata della nostra fede!
Ora vediamo come attraverso uno specchio! Immaginate uno specchio d’acqua in cui la nostra immagine appare e non appare o uno specchio della vostra bisnonna, ovvero uno specchio anche modernissimo: quello strumento nasconde una verità che corrisponde al nostro io in carne e ossa.
L’esempio dello specchio però ci vuole condurre a misurare la nostra fede, che deve andare fino in fondo, fino alla fine, perché oltre quello specchio che ci fa vedere le immagini in maniera confusa, c’è la realtà concreta, la conoscenza diretta di quello che sono io e di Colui che mi sta di fronte.
In questa attesa terrena si “gioca” tutta la nostra fede, quella profetica vetero – neotestamentaria. Nel “tunc” vedremo Dio faccia a faccia, non “per speculum” come nel “nunc”; vedremo e incontreremo anche le anime dei nostri cari e di tutti coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede! Una miriade!
Pietrino Pischedda
Roma 25 agosto 2020

Quales sumus, talia sunt tempora: di Pietrino Pischedda

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Quales sumus, talia sunt tempora!

Augustinus docet (Serm. 80, 8): per dire che i tempi seguono il nostro modo di comportarci; i tempi sono tali, quali noi siamo; non siamo noi ad assumere il colore del tempo ma è il tempo che prende le pieghe del nostro modo di pensare e di   agire.
È chiaro fin d’ora che qui non si  parla di tempo atmosferico, in quanto così l’assunto dell’Ipponate sarebbe fuorviante. Il tempo è la dimensione che l’uomo stabilisce nell’arco della sua vita terrena scandendola in momenti in cui è chiamato a dare atto delle sue azioni seguendo delle regole dettate dal vivere in comunione con tutti gli esseri viventi.
Spesso corre l’espressione: “mala tempora currunt.” Quanto risulta banale e inappropriato questo detto, soprattutto quando vogliamo deresponsabilizzarci e scaricare tutte le nostre malefatte su un qualcosa che in fin dei conti è astratto, come lo è appunto il tempo. Noi, però, non siamo astratti, non siamo fantasmi, non siamo esseri evanescenti, pronti a darcela a gambe non appena si presentano le rogne che noi stessi ci siamo procurati.
Dobbiamo interrogarci chi siamo noi, di che pasta siamo fatti, quali sono le nostre intenzioni, quali sono i nostri propositi, qual è il nostro modo di agire, qual è la nostra vita rapportata alla vita degli altri.
Noi dobbiamo essere noi, ciascuno nella sua individualità, nella sua onestà, nella sua interezza morale, nella sua responsabilità. In questo modo e in questo senso il tempo in cui viviamo, i. e. il corso temporale della nostra esistenza terrena, si caricherà dei colori tenui o forti che gli daremo, a seconda di quanto avremo saputo corrispondere concretamente con il nostro operato.
Siamo ancora in un tempo pandemico, benché vogliamo illuderci che non lo siamo! Siamo chiamati a vivere questo tempo e a gestirlo con tutte le modalità atte a cambiarlo nel bene di tutti.
Il tempo è il nostro “modus vivendi” costellato da un’infinità di particolari che mostrano ciò che realmente siamo, con pregi e difetti che fanno parte della nostra fragilità e transitorietà. Siamo noi che dettiamo la tabella di marcia al tempo fatto di  ore, di minuti e di secondi! Pensiamo che guai possiamo combinare anche in una frazione di secondo! Non possiamo colpevolizzare le nostre sbadataggini e le nostre distrazioni per esimerci dal pronunciare pubblicamente e singolarmente il “mea culpa”. Prima del “nostra culpa” c’è il “mea culpa”! Troppo facile dire “nostra culpa”! In questo modo esuliamo dal tempo e ci volatilizziamo nell’aria, pur di proclamare sempre la nostra innocenza e accusare gli altri!
Pietrino Pischedda
Roma 17 agosto 202

Io difendo la Sardegna: di Pietrino Pischedda

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Io difendo la Sardegna

La difendo sì, eccome! È la mia terra e, benché lontano da poco più di cinque lustri, la porto sempre nel cuore, perché sono infiniti i ricordi e gli affetti che mi legano ad essa.
Colpevolizzare i Sardi e definirli trasmettitori di virus è di una banalità inaudita, per non dire di una gravità imperdonabile!
La Sardegna, che nel tran tran della pandemia veniva additata come “insula felix”, senza macchia alcuna, ora viene colpita da saette velenosissime da parte di chi l’ha sfruttata e la sfrutta e non si vuole assumere alcuna responsabilità.
Aprire le porte agli estranei di casa non significa passare per fessi e poi venire gabbati come persone incapaci.
I Sardi hanno il senso dell’ospitalità ma anche il dono della loro dignità, che equivale all’onore, quello vero e immarcescibile. Guai toccare un popolo, come quello sardo, nel suo onore.
Il sardo non bara, non ricorre a sotterfugi, non ama sprecare parole, non è evanescente! Il sardo si distingue per serietà e onorabilità!
Dire che la Sardegna ha acceso un focolaio pandemico nel bel mezzo dell’estate,  come se si trattasse di un incendio nei boschi, caso questo, purtroppo, non infrequente, la dice lunga e sporca, perché, a detta dei più informati, sono stati gli ingressi, non pochi, a portare i contagi e a diffonderli negli assembramenti non controllati della movida notturna, non i residenti.
Io spero che questa non sia l’ennesima mazzata inflitta a una terra sempre generosa e pronta a rialzarsi dopo dure prove.
Pietrino Pischedda
Roma 22 agosto 2020

I cedri del Libano: di Pietrino Pischedda

Posted on ago 06 in: Senza categoria - No Comments »

I cedri del Libano

Vogliamo parlare del Libano dopo l’ultimo disastroso attacco che ha procurato morti e rovine?
Il Medio Oriente ha dei problemi veramente seri, come d’altronde molte altre parti del mondo abitato!
Il Libano, considerato un tempo la Svizzera del Medio Oriente, è sprofondato in un abisso di disperazione e dispersione.
I suoi cedri, quelli del Libano appunto, chiamati anche “I cedri di Dio”, sono stati oggetto di apprezzamento e sfruttamento fin dai tempi di Salomone: “Un baldacchino s’è fatto il re Salomone, con legno del Libano”. (Ct 3, 9)
Il cedro del Libano, legno assai pregiato, ha soddisfatto appieno le antiche civiltà dotandole di navi atte alla conquista dei popoli.
Il Libano è citato spesso nella Bibbia e descritto come un paradiso terrestre!
Nel Cantico dei Cantici abbiamo immagini che richiamano alla bellezza e ricchezza di questa terra benedetta:
“Vieni con me dal Libano, o sposa, con me dal Libano, vieni!” (Ct 4, 8)
“Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, / c’è miele e latte sotto la tua lingua / e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano”. (Ct 4, 11)
“Fontana che irrora i  giardini, / pozzo d’acque vive / e ruscelli sgorganti dal Libano”. (Ct 4, 15)
“Le sue gambe, colonne di alabastro, posate su basi d’oro puro. / Il suo aspetto è quello del Libano, magnifico come i cedri. (Ct 5, 15)
“Il tuo collo come una torre d’avorio; / i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbòn, presso la porta di Bat-Rabbìm; / il tuo naso come la torre del Libano / che fa la guardia verso Damasco. (Ct 7, 5)
Non è dato a noi, ignari dei risvolti politico – religiosi, sapere quale ingranaggio ci sia per scatenare queste catastrofi procurate dalle menti perverse degli uomini. Si vuole da più parti la pace, ma poi in effetti non si arriva mai a una risoluzione concreta. Praticamente non si vuole la pace, perché non appena si affaccia un tentativo in tal senso, subentrano subito provocazioni volte a disfare la tessitura faticosamente e apparentemente raggiunta.
Beirut è una città fantasma! Il mondo intero piange i morti di questa ennesima strage.
Non dobbiamo meravigliarci se i trecentomila profughi cercano rifugio nel nostro Continente.
È un fenomeno che può verificarsi da un momento all’altro, di fronte al quale non possiamo sottrarci, pena il vanto di chiamarci civili e accoglienti.
Pietrino Pischedda
Roma 6 agosto 2020

Gli alberi sono i libri della Natura: di Pietrino Pischedda

Posted on ago 03 in: Senza categoria - No Comments »

Gli alberi sono i libri della Natura (pischedda)

Sono nato nella Natura, ho vissuto nella Natura, ho amato e amo la Natura! Mare e montagna non fanno per me differenza, perché entrambi costituiscono l’essenzialità di una esistenza sana e salutare.
Rimango per lungo tempo indignato quando sento parlare di incendi procurati dalla mano scellerata dell’uomo. In questo modo l’ecosistema viene trasformato e degradato in modo irreparabile!
E venne la pioggia torrenziale e venne l’uragano e venne la morte dei viventi!
Per colpa di chi? La Natura da madre diventa matrigna, donna irrefrenabile, odiosa, vendicativa, ribelle.
Come osiamo chiedere dei frutti alla Natura, se l’abbiamo disarcionata dalla sua regalità, relegandola nei meandri della nostra coscienza sporca e mai sazia di male?
In Sardegna bruciano ettari ed ettari di boschi! Così tutti gli anni, ripetutamente! La mano dell’uomo che compie tali misfatti è maledetta, destinata per contrappasso a bruciare nel fuoco eterno. Gli incendi appiccati dalla mano malvagia dell’uomo sono un’offesa gravissima alla comunità e alla Natura stessa.
Che ti ho fatto, o uomo, per trattarmi così? È il grido della Natura che si leva dalle valli infuocate, dalla immense pianure dove giace il foraggio ammassato, cibo necessario per gli animali sopravvissuti alla carestia.
Purtroppo non c’è il senso naturale e civico del rispetto della Natura: forse c’era, in quanto inculcato dai genitori, ma poi via via si è spento ed è subentrato, seguendo l’andazzo di gente irresponsabile, il malcostume del disordine e della noncuranza dei beni messici a disposizione.
L’uomo che brucia fuori è perché brucia dentro, è perché è un vigliacco, un malato seriale che se la prende con l’indifeso e con l’indifendibile, fino a che l‘’indifendibile, che si chiama Natura, non mostra a sua volta la sua impazienza e scatena la sua rabbia contro la meschinità dell’uomo perverso.
Bruciano le chiese, sempre per la follia dell’uomo! C’è del marcio nell’animo dell’uomo; c’è dell’allucinazione incontrollata in nome di un Dio che è padre di tutti, a prescindere dal credo a cui questi tutti appartengono.
Bruciano le cattedrali di città rinomate e bruciano le chiese dove si radunano in preghiera i fedeli più poveri della Terra. Tutti templi cristiani fatti dalle mani operose e devote della cristianità nei secoli.
Prendersela con le chiese è un altro segno di demenza cui neppure il più bravo degli psicologi o degli psichiatri può porre rimedio.
Quando imparerà l’uomo a rispettare la Natura?
Anche il mare è Natura! Dagli abissi delle acque vengono di tanto in tanto rigettate le schifezze depositate dagli scriteriati. Il mare è inquinato! Sì, è inquinato. Quante volte dobbiamo ripeterlo che è terribilmente e gravemente maltrattato? Tutto si ritorce contro l’uomo! Personalmente mi sto rifiutando di mangiare del pesce, perché ho la sensazione di dover consumare qualcosa di non sano.
Se avessimo la pazienza di ragionare un pochino, la lista del malessere procurato dalla nostra insensatezza scorrerebbe divertita e beffarda davanti ai nostri occhi increduli, pronti a piangere sui danni inferti alla madre Terra.
“L’uomo dovrà render conto di tutto ciò che i suoi occhi hanno visto e di cui egli non ha goduto!” (Proverbio Talmud)

Pietrino Pischedda
Roma 3 agosto 2020

“Quella carezza della sera”

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“Quella carezza della sera”

Era il motivo di una canzone degli anni ‘70, belllo, delicato,romantico e coinvolgente!  Tutto era una carezza in quegli anni. “Date una carezza ai vostri bambini!” (Il Papa buono) La carezza della sera abbracciava la famiglia intorno alla mensa per una cena frugale e familiare allo stesso tempo. Ci si addormentava nel bacio della buonanotte dato dalla mamma. La carezza non era mai maliziosa ma spontanea. Il saluto era una carezza che penetrava l’animo e faceva sentire amico, vero e cordiale, colui che lo manifestava con un sorriso e con un semplice gesto della mano. Ci siamo dimenticati dei modi gentili, dei comportamenti signorili, degli scambi improntati alla carità genuina, delle azioni umili senza perdere nulla dei titoli acquisiti, di un sistema di vita comunitaria all’insegna della fraternità e del rispetto reciproco.
Sarà stato il coronavirus a produrre tanto sconquasso nelle menti già deboli e provate, ma io vedo certi comportamenti strani che mi fanno pensare.
La carezza della sera mi fa pensare agli innamorati! Ci sono ancora gli innamorati? Suppongo di sì! La domanda mi porta a considerare quella che è la labilità degli affetti umani. Sì affrettati che poi si trasformano in no perenni! Carezze apparentemente promettetenti che presto non trovano il collaudo suffragato da un amore duraturo.
Bisogna tornare alle carezze di una volta, genuine, semplici ma grandi allo stesso tempo, perché sgorganti dal cuore, senza sotterfugi e tradimenti.
Bisogna riprendere i buoni costumi degli anni ‘60 e ‘70, che non sono in odore di vecchiezza e di superato, ma che anzi ci riabilitano ad essere persone autentiche, ripiene di buoni e sani sentimenti!
Pietrino Pischedda
Roma 24 luglio 2020