“Ab ovo usque ad mala”: di Pietrino Pischedda

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Ab ovo usque ad mala!

(Orazio, Satire I, 3, 6-7)
Dall’uovo fino alle mele!
Dall’inizio fino alla fine!
La citazione dell’aforisma fa parte della riflessione del poeta Orazio, contenuta nelle Satire, I, 3, in cui snobba la perfetta saggezza stoica e si mostra indulgente verso chi commette degli errori, in quanto tutta l’umanità è passibile di difetti. C’è colpa e colpa, nel senso che bisogna distinguere quelle gravi e quelle meno gravi.
Insomma Orazio non si discosta poi tanto da quella morale cui noi siamo stati indirizzati e con i principi della quale siamo stati formati. Tutti siamo peccatori e nessuno è perfetto.
Posta questa premessa, vediamo di esaminare brevemente la satira in questione e di conoscere un personaggio non a tutti noto, che in poche battute appare anche originale.
Si tratta di Tigellio, famoso cantore e musico sardo, amico di Cesare.
L’autore parte con una premessa, che funge da maggiore nell’architettura di una sorta di sillogismo:
- Tutti i cantori hanno il difetto di non voler cantare quando sono pregati dagli amici; se invece non sono pregati, sono incontrollabili. Uno di questi era il famoso Tigellio sardo. Neppure Cesare aveva l’autorevolezza di convincerlo, nonostante fosse un amico, ma se gli veniva il ghiribizzo, “dall’uovo fino alla frutta” avrebbe cantato: “Evviva Bacco!” alternando il tono della voce tra alto e basso.
“Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicos
ut numquam inducant animum cantare rogati,
iniussi numquam desistant. Sardus habebat
ille Tigellius hoc. Caesar, qui cogere posset,
si peteret per amicitiam patris atque suam, non
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quicquam proficeret; si conlibuisset, ab ovo
usque ad mala citaret “io Bacchae”; modo summa
voce, modo hac, resonat quae chordis quattuor ima.”
Tigellio era un uomo davvero speciale: era particolarmente incostante! Spesso correva come incalzato dal nemico; più spesso come portatore delle cose sacre di Giunone; spesso aveva cento servi, spesso dieci; ora parlando di re e di tetrarchi; ora riempendosi la bocca di cose inverosimilmente grandi; ora dicendo: “Possa io avere una mensa a tre piedi, una conchiglia di sale puro e una toga che, anche se non lussuosa, possa proteggermi dal freddo!”
nil aequale homini fuit illi: saepe velut qui
currebat fugiens hostem, persaepe velut qui
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Iunonis sacra ferret; habebat saepe ducentos,
saepe decem servos; modo reges atque tetrarchas,
omnia magna loquens, modo “sit mihi mensa tripes et
concha salis puri et toga, quae defendere frigus
quamvis crassa queat!”
Un uomo incontenibile: se gli si dava un milione, era capace di sperperarli nel giro di cinque giorni; di notte vegliava e di giorno dormiva, russando in modo rumoroso; insomma la contraddizione in persona!
… deciens centena dedisses
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huic parco, paucis contento, quinque diebus
nil erat in loculis; noctes vigilabat ad ipsum
mane, diem totum stertebat; nil fuit unquam
sic inpar sibi.
Ed ecco la conclusione di Orazio:
Ora qualcuno potrebbe dirmi: “E tu? Sei senza difetti?” Sicuramente altri e forse minori!
nunc aliquis dicat mihi “quid tu?
nullane habes vitia?” immo alia et fortasse minora!
- ai suoi funerali ci fu il compianto generale!
«Ambubaiarum collegia, pharmacopolae, mendici, mimae, balatrones, hoc genus omne maestum ac sollicitum est cantoris morte Tigelli. Quippe benignus erat.»
«Le suonatrici di flauto, i ciarlatani che vendono rimedi, i mendicanti, le ballerine e i buffoni, tutto questo tipo di gente è mesta e addolorata per la morte del cantore Tigellio. In effetti egli era generoso»
(Orazio, Satire I, 2)
Tigellio, apprezzato da Cesare, ma anche da Cleopatra e Ottaviano, per le sue doti artistiche, non era ben visto, invece, da Cicerone, il quale lo definiva “pestilentiorem patria sua,” per il fatto che aveva mancato di rispetto nei confronti del suo ricco zio Famea, sostenitore finanziario della campagna elettorale dell’Arpinate.
In Orazio, da una parte si nota commiserazione e al contempo comprensione per il Nostro; in Cicerone, al contrario, dichiarato odio, che si riversa inspiegabilmente sui conterranei dell’artista (“più pestilente della sua terra di origine”).
Diciamola in breve: a Cicerone non andava giù il fatto che il famoso musico e poeta sardo fosse amico di Cesare.
Questioni politiche che non si sono mai spente nel corso dei secoli!
Pietrino Pischedda
Roma 22 ottobre 2020

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