IL SOGNO DI ILIA

Ennio, Annales, vv. 34-50 Skutsch = vv. 35-51 Vahlen
Et cita quom tremulis anus attulit artubus lumen,
talia tum memorat lacrimans, exterrita somno:                        35
«Eurudica prognata, pater quam noster amavit,
vires vitaque corpus meum nunc deserit omne;
nam me visus homo pulcher per amoena salicta
et ripas raptare locosque novos; ita sola
postilla, germana soror, errare videbar                                     40
tardaque vestigare et quaerere te neque posse
corde capessere: semita nulla pedem stabilibat.
Exim compellare patrem me voce videtur
his verbis: “o gnata, tibi sunt ante gerendae
aerumnae, post ex fluvio fortuna resistet.”                               45
Haec ecfatus pater, germana, repente recessit
nec sese dedit in conspectum corde cupitus,
quamquam multa manus ad caeli caerula templa
tendebam lacrumans et blanda voce vocabam.
Vix aegro cum corde meo me somnus reliquit. »                    50
E svelta, quando con le mani tremanti la vecchia portò un lume,
allora [Ilia] svegliatasi di soprassalto, in lacrime racconta queste cose:
«Figlia di Euridice, che nostro padre amò,
le forze e la vita ora abbandonano per intero il mio corpo;
mi sembrava infatti che un bell’uomo [Marte] mi trascinasse
tra salici deliziosi, per rive e luoghi sconosciuti; e poi così
sola, sorella cara, mi sembrava di vagare qua e là
e lenta andare cercando te e, pur bramandolo, non poter
mai ritrovarti: nessun sentiero manteneva stabile il piede.
In seguito mi sembra che il padre mi chiami a (gran) voce
con queste parole: “O figlia, tu prima devi subire
delle sofferenze, poi dal fiume risorgerà la fortuna”.
Dette queste parole, il padre, o sorella, sparì all’improvviso
e non mi comparve più davanti, pur desiderato di cuore,
sebbene tendessi le mani verso gli azzurri spazi del cielo
piangendo e lo chiamassi con voce carezzevole.
A stento il sonno mi abbandonò con il mio cuore (in affanno)».
[trad. p. pischedda]
È veramente tenera questa scena, nella quale è protagonista Ilia, cioè Rea Silvia, figlia di Enea e Lavinia, seconda moglie dell’eroe troiano. Ennio, l’«alter Homerus» latino, nella descrizione di questo sogno va oltre il modello omerico e si caratterizza in quello più specifico, decisamente ellenistico. Non un “sogno oggettivo” (Aussertraum) ma “soggettivo”, introspettivo, nel quale il “lumen”, la lampada accesa è un segno di speranza, riposta nelle acque del Tevere, dal quale (ex fluvio) vengono salvati i due gemelli, frutto dell’unione, seppur forzata, con un “homo pulcher”, corrispondente a Marte. Il frammento, pervenutoci attraverso un passo del “De divinatione” di Cicerone, per la presenza di molteplici allitterazioni e di altre figure retoriche sparse qua e là, assume uno stile che caratterizza l’epica enniana. Sul personaggio di Ilia la versione enniana discorda da quella tradizionale del mito, inclusa quella liviana.
In ogni caso è interessante la trattazione del “sogno”, frequente nella Letteratura in generale, che misteriosamente diventa un mezzo di trasmissione, spesso credibile, del nostro futuribile.
Pietrino Pischedda
Roma 10 dicembre 2020

Il sogno di Atossa

AESCHYLUS – Persae – ΠΕΡΣΑΙ Gv. 176 – 214

ΒΑ. πολλοῖς μὲν αἰεὶ νυκτέροις ὀνείρασιν

ξύνειμ’, ἀφ’ οὗπερ παῖς ἐμὸς στείλας στρατὸν

Ἰαόνων γῆν οἴχεται πέρσαι θέλων·

ἀλλ’ οὔτι πω τοιόνδ’ ἐναργὲς εἰδόμην

180ὡς τῆς πάροιθεν εὐφρόνης· λέξω δέ σοι.

ἐδοξάτην μοι δύο γυναῖκ’ εὐείμονε,

ἡ μὲν πέπλοισι Περσικοῖς ἠσκημένη,

ἡ δ’ αὖτε Δωρικοῖσιν, εἰς ὄψιν μολεῖν,

μεγέθει τε τῶν νῦν ἐκπρεπεστάτα πολύ,

185κάλλει τ’ ἀμώμω, καὶ κασιγνήτα γένους

ταὐτοῦ· πάτραν δ’ ἔναιον ἡ μὲν Ἑλλάδα

κλήρῳ λαχοῦσα γαῖαν, ἡ δὲ βάρβαρον.

τούτω στάσιν τιν’, ὡς ἐγὼ ‘δόκουν ὁρᾶν,

τεύχειν ἐν ἀλλήλῃσι· παῖς δ’ ἐμὸς μαθὼν

190κατεῖχε κἀπράυνεν, ἅρμασιν δ’ ὕπο

ζεύγνυσιν αὐτὼ καὶ λέπαδν’ ὑπ’ αὐχένων

τίθησι. χἠ μὲν τῇδ’ ἐπυργοῦτο στολῇ

ἐν ἡνίαισί τ’ εἶχεν εὔαρκτον στόμα,

ἡ δ’ ἐσφάδᾳζε, καὶ χεροῖν ἔντη δίφρου

195διασπαράσσει, καὶ ξυναρπάζει βίᾳ

ἄνευ χαλινῶν, καὶ ζυγὸν θραύει μέσον.

πίπτει δ’ ἐμὸς παῖς, καὶ πατὴρ παρίσταται

Δαρεῖος οἰκτίρων σφε· τὸν δ’ ὅπως ὁρᾷ

Ξέρξης, πέπλους ῥήγνυσιν ἀμφὶ σώματι.

200καὶ ταῦτα μὲν δὴ νυκτὸς εἰσιδεῖν λέγω.

ἐπεὶ δ’ ἀνέστην καὶ χεροῖν καλλιρρόου

ἔψαυσα πηγῆς, σὺν θυηπόλῳ χερὶ

βωμὸν προσέστην, ἀποτρόποισι δαίμοσιν

θέλουσα θῦσαι πέλανον, ὧν τέλη τάδε.

205ὁρῶ δὲ φεύγοντ’ αἰετὸν πρὸς ἐσχάραν

Φοίβου· φόβῳ δ’ ἄφθογγος ἐστάθην, φίλοι·

μεθύστερον δὲ κίρκον εἰσορῶ δρόμῳ

πτεροῖς ἐφορμαίνοντα καὶ χηλαῖς κάρα

τίλλονθ’· ὁ δ’ οὐδὲν ἄλλο γ’ ἢ πτήξας δέμας

210παρεῖχε. ταῦτ’ ἔμοιγε δείματ’ ἔστ’ ἰδεῖν,

ὑμῖν δ’ ἀκούειν. εὖ γὰρ ἴστε, παῖς ἐμὸς

πράξας μὲν εὖ θαυμαστὸς ἂν γένοιτ’ ἀνήρ,

κακῶς δὲ πράξας ‑ οὐχ ὑπεύθυνος πόλει,

σωθεὶς δ’ ὁμοίως τῆσδε κοιρανεῖ χθονός.

<<Di notte sono in preda a frequenti sogni,

da quando mio figlio, armato l’esercito,

è andato nella terra degli Ioni, per brama dei Persiani.

Non ancora ci vidi così chiaro come la notte scorsa. Lo dirò a te.

Mi sembrò che due donne riccamente vestite,

una adorna di peplo persiano,

l’altra invece dorico, mi venissero incontro,

molto più alte di quelle odierne,

bellissime, e sorelle dello stesso sangue;

e abitavano una terra avuta in sorte come patria,

l’una greca, l’altra barbara. Ora, a mio modo di vedere,

tra loro nacque una contesa. Ma mio figlio, accortosene,

le trattiene, le aggioga lì per lì al carro

e pone le redini al collo; e mentre l’una andava superba

per questo abbigliamento e teneva la bocca agile

a dominarsi con le briglie,  l’altra si dibatteva e

con le mani fa a pezzi gli arnesi del carro e senza freno

lo trascina a forza e rompe a metà il giogo. Mio figlio

cade e compare il padre Dario, non senza dispiacersene.

Appena Serse lo vede, si strappa le vesti dal corpo.

E queste cose dico di aver visto di notte. Dopo che mi alzai

e con le mani raggiunsi una fonte dalle belle acque,

con mano esperta mi accostai all’altare, volendo fare

libagioni agli dei tutelari, fra cui questi sacrifici. Ma vedo

un’aquila che fugge verso l’ara di Febo; per la paura

rimasi senza voce, amici. Poi scorgo uno sparviero

ad ali spiegate avventarsi contro e spennarle il capo

con gli artigli: e quella nient’altro fa che rannicchiarsi

a sua guisa. Queste cose furono terrificanti per me

che le ho viste e per voi che le ascoltate. Sapete bene,

infatti, se mio figlio avrà buona fortuna, sarà un uomo

ammirabile; se invece avrà cattiva sorte, non sarà tenuto a rendere conto alla città: una volta salvo, rimane capo di questa terra>>.

[trad. e commento di p. pischedda]

Roma 13 dicembre 2020

Si tratta di un sogno premonitore, direi scontato, in quanto teso a esaltare la potenza di Atene, che,  di fronte a un popolo, come quello persiano, così notoriamente temibile, assume maggiore valore e credibilità. Il sogno della regina, caratterizzato dalla plasticità delle due donne, entrambe esprimenti dignità e orgoglio attraverso le vesti che indossano, e dalla ὕβϱις di Serse, che quale aquila viene annullato da uno sparviero, ha tutti i connotati di una prefigurazione dolorosa di una tragedia annunciata. Serse rappresenta l’uomo perdente e il suo stracciarsi le vesti alla vista del padre Dario può significare sia sottomissione al volere degli dei, sia disperazione per il fallimento dell’impresa. È un sogno da incubo, catastrofico! Atossa è regina e, allo stesso tempo, madre premurosa, che teme per la sorte del figlio, troppo ardito in un’opera dalle incognite più sorprendenti. Le donne aggiogate, al di là della riprovevole umiliazione e sottomissione del gentil sesso, ripropongono il tema spinoso del rispetto della γυνή in ogni tempo e luogo: per quanto figure metaforiche, non possono che dare adito ad ampia discussione e disapprovazione. Dario è una sorta di “deus ex machina” che compare improvvisamente non per risolvere una situazione, ma per commiserare il fatto in sé creato dal figlio.