Acantide

Poetessa greca di origine ignota, intorno al 50 d. C., di cui non si ha alcun testo.

Testimonia

  1. T. Calpurnius Siculus 6, 75 :

Tu modo nos illis (iam nunc, Mnasylle, precamur)
auribus accipias, quibus hunc et Acanthida nuper
diceris in silva iudex audisse Thalea.

Ma tu, Mnasillo, fin d’ora ti preghiamo, ascoltaci con quelle orecchie, con le quali, si dice, costui e Acantide, da non molto tempo, nella selva Talea giudice ascoltasti.

Petrus Pischedda trad.

2) Prop., El. 4, 5 : Contro la corruttrice Acantide

Terra tuum spinis obducat, lena, sepulcrum,

et tua, quod non vis, sentiat umbra sitim;

nec sedeant cineri Manes, et Cerberus ultor

turpia ieiuno terreat ossa sono∙

docta vel Hippolytum Veneri mollire negantem,

concordique toro pessima semper avis,

Penelopen quoque neglecto rumore mariti

nubere lascivo cogeret Antinoo.

illa velit, poterit magnes non ducere ferrum,

et volucris nidis esse noverca suis.

quippe et, Collinas ad fossam moverit herbas,

stantia currenti diluerentur aqua:

audax cantatae leges imponere lunae

et sua nocturno fallere terga lupo,

posset ut intentos astu caecare maritos,

cornicum immeritas eruit ungue genas;

consuluitque striges nostro de sanguine, et in me

hippomanes fetae semina legit equae.

exercebat opus tenebris, ceu blatta papyron

suffossamque forat sedula talpa viam:

La terra, o seduttrice, ricopra di rovi il tuo sepolcro

e la tua ombra, sebbene non lo voglia, sperimenti la sete:

i Mani non stiano innanzi alle tue ceneri e Cerbero vendicatore

atterrisca le tue ossa vergognose col suo latrato famelico;

abile  anche a piegare Ippolito a Venere ritroso,

sempre pessimo uccello per l’armonia del talamo,

costringerebbe anche Penelope, dimenticata la fama del marito,

a sposarsi col lascivo Antinoo.

Che lei voglia, la calamita potrà non attrarre il ferro

e la femmina d’uccello esser matrigna alle sue nidiate.

Se poi presso una fossa sradicasse erbe a Porta Collina,

le cose che stanno nell’acqua corrente si scioglierebbero:

risoluta a imporre leggi alla incantata luna

E camuffare il suo dorso mediante la figura di un lupo notturno,

onde accecare con l’astuzia i mariti attenti,

con l’unghia trasse fuori gli occhi innocenti delle cornacchie;

e sul mio sangue ha consultato le strigi e contro di me

ha raccolto ippomani, semi della cavalla pregna.

Operava di notte, come la blatta fora il papiro

e l’assidua talpa la strada scavata sotto.

Petrus Pischedda trad.

« fr. *1 »

his animum nostrae dum versat Acanthis amicae,

per tenuem ossa mihi sunt numerata cutem.

sed cape torquatae, Venus o regina, columbae

ob meritum ante tuos guttura secta focos.

vidi ego rugoso tussim concrescere collo,

sputaque per dentes ire cruenta cavos,

atque animam in tegetes putrem exspirare paternas:

horruit algenti pergula curva foco.

exsequiae fuerunt rari furtiva capilli

vincula et immundo pallida mitra situ,

et canis, in nostros nimis experrecta dolores,

cum fallenda meo pollice clatra forent.

sit tumulus lenae curto vetus amphora collo:

urgeat hunc supra vis, caprifice, tua.

quisquis amas, scabris hoc bustum caedite saxis,

mixtaque cum saxis addite verba mala.

Mentre Acantide con queste parole maneggia l’animo della nostra amica,

io ho la possibilità di contarle le ossa attraverso la tenue pelle.

Ma tu, o Venere regina, ricevi davanti al tuo altare la gola tagliata

di una colomba ornata di collana, per merito.

Io ho visto la tosse crescere col collo rugoso,

tra i denti incavati uscire sputi sanguigni

e spirare l’anima putrida sulle stuoie paterne:

trasalì la curva capanna dal fuoco freddo.

Le esequie consistettero in fasce furtive di radi capelli,

una pallida mitra d’immonda putredine,

e una cagna, troppo vigile sulle mie disavventure,

dovendo aprire col mio pollice la catena.

Il tumulo della mezzana abbia una vecchia anfora col collo rotto:

prema sopra questo, o caprifico, la tua forza.

Chiunque ami colpisca con ruvide pietre questa tomba

e insieme con i sassi aggiunga parole spregevoli.

Petrus Pischedda trad.

Fr.*1) Prop., El. 4, 5, vv. 21-60 :

chrysolithus si te Eoa iuvat aurea ripa,

et quae sub Tyria concha superbit aqua,

Eurypylisve placet Coae textura Minervae,

sectaque ab Attalicis putria signa toris,

seu quae palmiferae mittunt venalia Thebae,

murreaque in Parthis pocula cocta focis:

sperne fidem, provolve deos, mendacia vincant,

frange et damnosae iura pudicitiae∙

in mores te verte viri: si cantica iactat,

i comes et voces ebria iunge tuas.

si tibi forte comas vexaverit, utilis ira:

post modo mercata pace premendus erit.

denique ubi amplexu Venerem promiseris empto,

fac simules puros Isidos esse dies.

ingerat Apriles Hyale tibi, tundat Omichle

natalem Maiis Idibus esse tuum.

supplex ille sedet: posita tu scribe cathedra

quidlibet: has artes si pavet ille, tenes∙

semper habe morsus circa tua colla recentis,

dentibus alterius quos putet esse datos.

nec te Medeae delectent probra sequacis

(nempe tulit fastus ausa rogare prior),

sed potius mundi Thais pretiosa Menandri,

cum ferit astutos comica moecha Getas.

et simulare virum pretium facit: utere causis∙

maior dilata nocte recurret amor.

ianitor ad dantis vigilet: si pulsat inanis,

surdus in obductam somniet usque seram.

nec tibi displiceat miles non factus amori,

nauta nec attrita si ferat aera manu,

aut quorum titulus per barbara colla pependit,

cretati medio cum saluere foro.

aurum spectato, non quae manus afferat aurum∙

versibus auditis quid nisi verba feres?

qui versus, Coae dederit nec munera vestis,

istius tibi sit surda sine aere lyra.

dum vernat sanguis, dum rugis integer annus,

utere, ne quid cras libet

ab ore dies∙

vidi ego odorati victura rosaria Paesti

sub matutino cocta iacere Noto.

Se ti piace l’aurea riva orientale dei Dorozanti

e la conchiglia che nel mare di Tiro s’inorgoglisce;

se apprezzi il tessuto di Cos di Euripilo caro a Minerva,

e statuine fatiscenti, strappate da attalici letti,

o le mercanzie che Tebe ricca di palme spedisce,

e i bicchieri di murra, cotti nei forni dei Parti:

disdegna la fedeltà, getta via gli dei, trionfino le bugie,

Infrangi le leggi della dannosa pudicizia;

convertiti ai costumi dell’uomo; se canta,

accompagnalo ed ebbra aggiungi la tua voce.

Se per caso ti scompiglierà i capelli, sarà utile l’ira:

poi, una volta pagato il relax, bisognerà metterlo alle strette.

Infine, quando comprato l’amplesso gli avrai promesso l’amore,

fingi che siano i giorni sacri di Iside.

Iole ti rammenti aprile, Omicle ricordi

che alle idi di maggio ricorre il tuo compleanno.

Supplice egli siede: collocata una poltrona, scrivi

ciò che vuoi: se egli teme queste arti, lo possiedi;

tieni sempre intorno al tuo collo morsi recenti,

che pensi siano stati causati da denti altrui.

Non ti dilettino le azioni vergognose di Medea inseguitrice

(infatti ottenne disprezzo osando chiedere per prima),

ma piuttosto Taide che costa cara al ricercato Menandro,

quando ferisce, adultera comica, gli astuti Geti

e simulare un uomo produce denaro: metti in opera dei pretesti:

l’amore ritornerà più grande col rinvio di una notte.

Vigili il portinaio verso i donatori: se bussa a mani vuote,

dorma di continuo sordo presso la sbarra chiusa.

Non ti dispiaccia il soldato non tagliato per l’amore,

né il marinaio qualora porti nella mano denaro usato

o di coloro il cui segno fu appeso sui barbari colli,

quando balzarono in mezzo al foro tinti con la creta.

Guarda l’oro, non la mano che porta l’oro.

Uditi i versi, che cosa porterai se non le parole?

Chi ha dato in dono versi e non vesti di Cos,

a te sia sorda la lira di costui senza il denaro.

Finché scorre il sangue, finché gli anni sono immuni da rughe,

approfitta, affinché domani la luce del giorno

non stacchi qualcosa dal volto:

ho visto i roseti duraturi della profumata Paestum

giacere disseccati sotto il mattutino Noto.

Petrus Pischedda trad.

Corinna la giovane (Κορίννα) di Tebe

Poetessa lirica, soprannominata Μυῖα (Mosca), come l’altra Corinna di Tebe, con la quale da alcuni critici viene identificata (Smith, Eudocia).

Indubbiamente si tratta di un’altra Corinna, in quanto la Suda la indica come νεωτέρα.

Smith, s.v.

RE XI, 2 (1922) 1393-97.

Testimonia

Suda, s.v.Κορίννα νεωτέρα, Θηβαία, λυρική, ἡ καὶ Μυῖα κληθεῖσα.

Corinna la giovane, di Tebe, lirica, chiamata anche Μυῖα (Mosca).

Petrus Pischedda trad.

Cinzia

Poetessa lirica greca (primo sec. dopo C.), la cui poesia (ma anche la bellezza) è stata cantata da Properzio. Apuleio sostiene che il suo vero nome fosse Hostia.
Testimonia
Prop. El. 2, 3, 21 sq. :
nec me tam facies, quamvis sit candida, cepit
(lilia non domina sunt magis alba mea),
nec de more comae per levia colla fluentes,
non oculi, geminae, sidera nostra, faces,
nec si quando Arabo lucet bombyce puella
(non sum de nihilo blandus amator ego)
ut Maeotica nix minio si certet Hibero,
utque rosae puro lacte natant folia,
quantum quod posito formose saltat Iaccho,
egit ut euhantis dux Ariadna choros,
et quantum, Aeolio cum temptat carmina plectro,
par Aganippaeae ludere docta lyrae,
et sua cum antiquae committit scripta Corinnae
carminaque Erinnae non putat aequa suis.
Non mi colpì tanto il volto, sebbene sia candida,
(i gigli non sono più bianchi della mia signora),
né fu la chioma fluente, com’è d’uso, sul collo liscio,
non gli occhi, gemelli, stelle nostre, fiaccole,
né se una fanciulla splendesse per una veste di seta araba
(io non sono affatto un amante attraente)
come se la neve Maeotica gareggiasse col minio iberico
o come i petali della rosa galleggiano sul puro latte,
quanto per il fatto che danza con grazia, una volta servito il vino Iacco,
come Arianna guidò le grida delle Baccanti,
e quando prova i versi col plettro eolio,
come capace di suonare la lira Aganippea,
e quando confronta i suoi scritti con quelli dell’antica Corinna,
e non ritiene i canti di Erinna uguali ai suoi.
Petrus Pischedda trad.

2) Apul. Apol. 10, ll. 4-9 :

eadem igitur opera accusent C. Catul<l>um, quod Lesbiam pro Clodia nominarit, et Ticidam similiter, quod quae Metella erat Perillam scripserit, et Propertium, qui Cunthiam dicat, Hostiam dissimulet, et Tibullum, quod ei sit Plania in animo, Delia in uersu.

Per il medesimo fatto accusino C. Catullo, perché nominò Lesbia al posto di Clodia, e similmente Ticida, in quanto ha scritto Perilla anziché Metella, e Properzio, che dice Cinzia e nasconde Hostia, e Tibullo, perché ha Plania nell’animo e Delia nel verso.

Petrus Pischedda trad.

Damo (Δαμώ)

L’amica della poesia, autrice di due distici elegiaci contenenti molti omerismi ed eolismi (cfr. Julia Balbilla), incisi sul Colosso di Memnone a Tebe.

Fragmentum

  1. Inscription sur le Colosse de Memnon, doc. 83 :

Αὔ̣ω̣ς ὦ πάϊ χαῖρε· πρόφρων ἐφθ̣έ̣γξαο γάρ μοι,

Μέμ[νον], Πειερίδων εἴνεκα, ταῖς μέλομαι

ἀ̣ φιλαο[ιδὸς Δ]α̣μώ· ἐμὰ δ’ ἐπ̣ὶ̣ ἦρα φέροισα

βάρβιτος [ἀει]σεῖτ’ ἆϊ [σό]ν, ὦγνε, κρέτος.

Figlio dell’Aurora, salve! Benevolmente infatti, o Memnone, tu parlasti a me, grazie alle Pieridi, che io, l’amica della poesia, ho a cuore; confidando sul mio aiuto, il mio barbitos, o santo, canterà sempre la tua potenza.

Petrus Pischedda trad.

Demofila (Δαμοφύλη) di Panfilia

Filostrato è l’unico a parlare di questa contemporanea e amica di Saffo. Avrebbe scritto numerosi poemi erotici, inni e un panegirico di Artemide.

Testimonia

  1. Philostr., Vie d’Apollonius, 1, 30 :

καλεῖται τοίνυν ἡ σοφὴ αὕτη Δαμοφύλη, καὶ λέγεται τὸν Σαπφοῦς τρόπον παρθένους τε ὁμιλητρίας κτήσασθαι ποιήματά τε ξυνθεῖναι τὰ μὲν ἐρωτικά, τὰ δὲ ὕμνους. τά τοι ἐς τὴν Ἄρτεμιν καὶ παρῴδηται αὐτῇ καὶ ἀπὸ τῶν Σαπφῴων ᾖσται.

Questa poetessa dunque si chiama Demofila e si dice che, alla maniera di  Saffo,  ebbe delle ragazze come discepole e scrisse poemi, alcuni di genere erotico,  altri in forma di inni. L’inno ad Artemide si ispira alle poesie di Saffo e si canta alla stessa maniera.

Petrus Pischedda trad.

Dafne (Δάφνη)

Profetessa e poetessa, figlia di Tiresia, avrebbe scritto dei versi così belli da ispirare il mitico Omero.

Testimonia

  1. Diod. Sic., Bibl. Hist. 4, 66, 5 :

καὶ τῆς Τειρεσίου θυγατρὸς Δάφνης ἐγκρατεῖς γενόμενοι ταύτην ἀνέθεσαν εἰς Δελφοὺς κατά τινα εὐχὴν ἀκροθίνιον τῷ θεῷ. αὕτη δὲ τὴν μαντικὴν οὐχ ἧττον τοῦ πατρὸς εἰδυῖα, πολὺ μᾶλλον ἐν τοῖς Δελφοῖς διατρίψασα τὴν τέχνην ἐπηύξησε· φύσει δὲ θαυμαστῇ κεχορηγημένη χρησμοὺς ἔγραψε παντοδαπούς, διαφόρους ταῖς κατασκευαῖς· παρ’ ἧς φασι καὶ τὸν ποιητὴν Ὅμηρον πολλὰ τῶν ἐπῶν σφετερισάμενον κοσμῆσαι τὴν ἰδίαν ποίησιν. ἐνθεαζούσης δ’ αὐτῆς πολλάκις καὶ χρησμοὺς ἀποφαινομένης, φασὶν ἐπικληθῆναι Σίβυλλαν·

Impadronitisi di Dafne, la figlia di Tiresia, la consacrarono a Delfi in ex voto come primizia al dio. Ella non era meno capace del padre nell’arte divinatoria e avendo trascorso molto tempo a Delfi, perfezionò l’arte. Dotata di una natura straordinaria, scrisse  svariati oracoli, differenti nello stile. Dicono che da lei anche il poeta Omero ornò la sua opera poetica facendo suoi molti versi. Quando ella era ispirata e faceva conoscere gli oracoli, si dice che fosse soprannominata Sibilla.

Petrus Pischedda trad.

2) Paus., 10, 5, 5 :

λέγεται δὲ πολλὰ μὲν καὶ διάφορα ἐς αὐτοὺς τοὺς Δελφούς, πλείω δὲ ἔτι ἐς τοῦ Ἀπόλλωνος τὸ μαντεῖον. φασὶ γὰρ δὴ τὰ ἀρχαιότατα Γῆς εἶναι τὸ χρηστήριον, καὶ Δαφνίδα ἐπ’ αὐτῷ τετάχθαι πρόμαντιν ὑπὸ τῆς Γῆς· εἶναι δὲ αὐτὴν τῶν περὶ τὸ ὄρος νυμφῶν.

Si dicono molte cose diverse su Delfi, più ancora sull’oracolo di Apollo. Dicono infatti che in tempi molto antichi ci fu l’oracolo di Terra, che Dafne era stata designata come profetessa dalla Terra e che fosse una delle ninfe abitatrice dei monti.

Petrus Pischedda trad,