POESIE  1996

di Pietrino Pischedda

Archittu

RM 10.1.96

Traslocar

Duro traslocar

andar oltremar

con dovizie di mobili

di libri e regali

Addio casa mia amata

in terra un tempo stimata.

Addio dolci ricordi

di gente di fatti

di opere avviate

apprezzate.

Ah, sorte crudele

sì fatta fedele

a chi non dovere

in sè sa avere.

Or tocca penar

mio dì aspettar

che venga a finir

miei lunghi sospir.

Addio casa tra ulivi

un dì sì giulivi

ora tristi, chissà,

per quell’homo che va.

RM 1.2.96

Piove

Giornata chiusa questa

d’oggi,

ché fin dal mattino

piove in questa città

che è capitale

non solo dello stivale

ma, per quanto val,

dell’orbe intero,

in varie parti assetato,

ver.

Piove spesso e assai,

rinfranca mali e lai

dell’hom che prega

per sua vita e sua congrega.

Piove pianto

mondo intanto

pei massacri

in ambulacri

che s’inerpican tortuosi

e che son malavitosi.

Piove lagrime alle madri

che sospiran nei meandri

in attesa che lor figli

tornin essere bei gigli.

Piove sur la città eterna.

In fondo v’è, sì, cisterna

che serbar vol acqua pura

a sanar ogni sozzura

che si compie in sua cittade,

nelle case e nelle strade.

RM 2.2.96

Incidente

A volte succedono stranezze

che credi siano sciocchezze:

come a un tratto camminando

distratto e un po’ saltando

a cozzar vai col naso

e la capoccia contr’a vaso

o contr’a vetrata d’una chiesa,

com’a me capitò a mia spesa.

Domenica a mane dopo messa,

poscia ch’entrato fui in ressa

a neofita porger mei auguri

di vita e pensier santi e puri,

tentando in uscita fare in fretta,

non m’avvidi che sorte m’era stretta,

ché faccia piena su vetro stampai

e – ahimé – tosto gridai.

C’è sempre da imparar

in questa vita con le azioni

fino alla dimora eterna

dove memoria farem di nostre prove

e pieni sarem di tante cose

che mai furo sì giocose.

RM 3.2.96

Meravigliarsi

Meraviglioso incanto è

a veder bimbo ‘rampicarsi

a tronco di madre

fino a seno a latte sugghiar.

RM 4.2.96

Corpo di Bacco

Bevi un cognac, amico,

bevi questo nettare, tu,

se uomo sei forte e valente

ché questo è segno

di tua possanza.

In giorni di festa

così fan uomini

saggio di lor bravura,

che a misura di lor prestanza

litri scolan di vino,

corpo di Bacco,

a fiumi.

Forse in lor recondità

amaritudo è riposta

così che succo di vita

obliar fa per lasso

di tempo – vana illusion -

dolianza ahimé fatal.

Corpo di Bacco, dammi

un po’ di vin, mesci ancor,

fino ad annegar,

ché mio dolor più non si

può, credimi, tollerar.

No, amico mio, no!

No, per Bacco, no!

Basta col tuo vin.

Homo savio tu sei!

RM 5.2.96

Giorno speciale


Cinque febbraio novantasei:
dì da non dimenticare
per l’atto di coraggio
che profuso fu
con profonda serenità.
È pur la festa d’Agata
santa, in cui il pan
della pace in ogni chiesa
si suol e si fa benedire.
Quando uno è in pace
con se stesso
ha pane da vendere sempre.
Egli stesso è il pane benedetto
e chissà quanti vorrebbero
gustarlo e mangiarlo.
In questo dì
un passo fu fatto:
un passo di decisione!

RM 1.3.96

Se io

Se io non fossi io
non esisterei
nella mia personalità
fatta di corporeità
e di spiritualità.
E pur io sono io
che appaio ogni dì
a me stesso
componendomi ogni mane
per poi disintegrarmi
fino a sera
in mille rivoli d’affanni
che san di bene,
così io spero.
Dunque io sono
e mi ripropongo
incessantemente
inaspettatamente.
Il mio Io
si rinnovella
dì dopo dì:
mai in senescenza
esso va
ma in giovinezza
perenne
ei sta.
Io, non Tu,
che pur eterno sei.
Io,
con tutte le emozioni mie
fatte di paure
e di avanzamenti,
segni autentici
di ringiovanimenti.
Io sono
ed è importante ch’io sia,
comìè importante
che Tu ed Altri
siano
ripetutamente
tacitamente.

RM 10.3.96

Contatto


Boccia sapiens in sala
continuamente era in su e cala,
tanto che beatamente
noi eravam in mente
ma ancor più in corpo:
sede sua verso mea
volgea e suo corpo
‘canto meo vigea.
Boccia tanto a noi era sfera
ma segno era di spera.

RM 11.3.96

Oh il core


Oh mio core
’sta sera di petto
quasi è fore,
ch’ei è in difetto
per assenza
d’amor tuo diletto.
Non è fantascienza
ma vero sentir
di mia scienza,
che sanza mentir
ire vole in tuo core
mio core, a sentir.

RM 12.3.96

Dux canis

Mentre in bus
a scuola
mane
m’andava
homo vidi
dótto
da cane
in via.
Ceco era
quel tale
e bacolo
in mano
portava,
che nulla stato
saria sanza
suo Argo.
Bus s’arrestò
ed Ei passò.

RM 14.3,96

Un bacio

Un bacio,
per poi sentire la dolcezza
della Musa tua
della mia
di altri.
Attimi fuggenti
come il treno che fugge.
Un bacio ancora
e…via!
In attesa di altri ancora:
chissà quando
dove
come.

RM 15.3.96

L’accumulatrice

Ognun ha le sue buone maniere
d’accumular tesori.
Ogni mattina transitando
per piazza Cavour
crescer vegg’io
montagna di sacchi,
che pieni di stracci sono,
e pentolame vario:
il tutto ricoperto
da ombrelli variegati
e rotti in parti varie.
Gelosa custode
del sacro monte
donna è
già attempata
che là
giorno e notte
sta
anche in tempo d’inverno.
Non pensier finor
ella ha di ricavometro,
fuor che occupazion
di pubblico suol,
diman,
a solver tenuta non sia:
e tutto questo,
per ver,
possibil saria.

RM 15.3.96

L’usura

Il nome usura
conclusione è
di chiusura,
di morsa, dico,
che lentamente stringe
al punto tal
che sorte
è ormai fatal.

RM 16.3.96

Spiragli di felicità

Ci sono momenti in cui
tutto sembra perduto
e che niente può appagar la sete
di felicità: parola, oggi,
poco sentita dall’uomo-terra.
Felicità è forse quaggiù?
È una croce incessante
la quotidianità di ogni entità creata,
qualunque essa sia,
in una palingenesi
che soverchia questo mondo
che sta a mirar
e non afferra il senso celato
nella recondità del mistero
sovrumano e inesorabile.
L’uomo annaspa
e qua e là un lampo,
non di frequente,
avverte di felicità,
di interiorità beata
nell’anima sua.
Viandanti siamo
in una paradisiaca terrestrità,
ma avvertiamo
nel nostro andare
impulsi di grande calore
che ci sospinge più in là
nella sconfinata vitalità.

RM 17.3.96

Il silenzio

Giù nella valle s’ode
lo schiodar delle catene
di color ch’imprigionati sono
già da tempo omai.
E loro, anime innocenti,
in silenzio attendono
la chiave liberatoria
che ad aprir s’appresti
le mani sanguinopurulente.
Oh, il silenzio sommesso
che voce non ha,
perché aver non può in questa
terra, ove gridar è d’uopo
solo a chi in superbia
monta e crassitudinanza.
Beato il silenzio
di chi sa oprare
nel bene e non nel male.
Quanti misteri fa desti
il silenzio
in suo lento andare
in un mondo convulso e incostante.
Mani innalzate di sore
e di frati nel silenzio
claustrale fan bene
sperare in esilio migliore.
Chissà perché in affanno
gente sì alta alla ricerca
va di celle isolate
in protezion del salmodiare
che fanno i frati.
E perché là la gente
invenir vol suo riparo?
È perché là è la fonte
del dolce e sano colloquiar.
SILENTIUM
Così sta scritto sui muri
conventuali a sfida
del fragor nauseante
delle mura del pianto
disperato e amaro.
Oh, il pianto silenzioso
delle madri che in pena
stanno di figli loro
a la magion non tornanti,
che avviluppati sono
e incatenati assai.
Oh, il pianto di questa
valle che forte
fino alle terre s’alza,
ove pianto non è ma gaudio.
È pur ver che colà
il pianto non s’ode
o per lo meno
c’è da sperar.

RM 18.3.96

La droga

La droga s’insinua
pericolosamente
in ogni ambiente
di questa società
viziata
e corrotta,
coinvolgendo
nelle sue reti opulente
soprattutto i più indifesi.
Chissà perché esiste
questa cultura di morte
tra i giovani,
che esser dovrebber,
invece,
di vita venditori,
speme per il diman.
La droga seme è
soltanto di morte,
livellatrice di cervelli,
passività e pericolosità
essa è.
La droga genera
confusione e carestia
d’ideali, d’interessi,
di cultura e di pace.

R M  18.3.96

Curiosità

Un giorno su m’involai
in una grande sommitade
da cui veder pareami
del mar l’immensitade
e della umana cittade.
Pensieri furon in me
sì ampli e profondi.
Pensai non ai mali,
che son tanti,
ma al ben,
al gran bene,
ch’insiste in nostra etade.
Forse sic alto monte
puri concetti
in meo cor ponea,
che fora era da strettoie
mondane giornaliere.
La curiosità del bene.
Come i bambini,
che curiosi sono d’amore.

RM 20.3.96

Per le scale

Per le scale oggi a tardo mane

L’ho ‘ncontrata e non s’è degnata

Neppur d’un guizzo di ciglio

Che intender facesse per me compassione.

Mio cor raggelò assai e con le labbra

Timidamente dissi…un ciao,

ma risposta non ebbi, chissa!

Strugge cotesta alternanza

Di sì di no, di caldo di freddo

In continuo struggente bruciar

Di passione che rode

E più rode senza mai mollar.

Misterioso è il gioco d’amore,

penetrante il suo strale,

pronto a colpire e ferire.

Dispettosa ma ria di eros tu sei

In pensar ripensar che fa mal

A tuo cor a mio cor, sai.

RM 21.3.96

Non sognar

Non sognar paradisi perduti

aggrovigliato nella tenebrosità

della tua silenziosa fetalità

accovacciato beato

sul ventre di tua madre

intento a sugghiar

suo latte al seno sinuoso

approdo mercato assai grato

a tue labbra riarse

nel foco infernale

di questi d’

che paion sì

meri di lagrime in coro.

Non sognar tempi ch’ormai

non sono.

Sogna il nunc co’ suoi segni

compagni in tuo andar

concitato nauseato

e pur sempre ansioso

che il cras sia nuovo.

RM 22.3.96

Gli occhi del treno

Occhi di bimbo

un giorno

lontano

nella calura estiva

mentr’a vigna s’andava

il treno guardavan,

il treno nostrano:

occhi avea

e pargol dicea:

-Oh, gli occhi ha

il treno!

Ridean i suoi!

Perché

Non rise il treno

ma sbuffò

e…se ne andò.

RM 21.3.96

La moviola

La moviola

“sportiva”

è

lo specchio

retrovisore

delle nostre azioni.

L’importante

è

correggersi.

RM 22.3.96

Oh, il mio sentir

Oh, il mio sentir dolce soave

in questo ì che pare a me sì caro,

perché sempre speranza ho in core

che qualcosa muti in mio andare.

È forse illusion quella ch’è in me

o è una scintilla atta a fiamma

generar che incendi e illumini

l’orbe ove ogni dì si trama,

hom contr’hom, in un andirivieni

spossante delirante nauseante

mercimonio di vite arcano

senza posa in continuo salire.

Ma è la deflagrazione là

alle porte della città umana.

Chi resterà a peregrinar diman

non si sa ma chissà che

non mi trovi fra chi

purificato è dal foco distruttore

a portar innanzi quel pondo

che grav’è tanto e infirma.

Se non io, che picciol più non sono,

i pargoli, che vita han dinanzi:

luce radiosa contemplar possan

in un diman ch’io spero più

sano fora dal fango e scorrer

in limpide acque.

Oh, il mio sentir!

RM 15.4.96

Memorie

Oh, quando a mia mente

non infrequenti tornan ricordi

degli anni in cui fragranza

sentivo del mio tenero

e dolce corpo di fanciullo,

quando io uso ero a ricrearmi

in mio loco natio coi miei sodali,

scevro il mio cor da cure future,

sotto le ali calde di madre,

in mia casa,

porto sicuro di bambino.

Oh, le ciliegie colte in mio horto,

in bella stagione

ogni dì a valle,

quando s’andava con madre

sorelle e amiche:

era una festa

che più non ritorna e sua ricordanza

sempre nostalgico più essa mi fa.

Oh, la festa del Santo Natale

e quella del primo dell’anno,

come scolpite si fissan in meo corde

e pensar mi fanno a pura

innocenza sacra allor e ora,

lo so, in me violata

ma non sprezzata in mio sentir.

Belli i trascorsi sotto tetto natio,

troppo pochi, perché poi strappato

io vi fui, arcano mistero.

Dei dì che furono dopo un ricordo,

non so se dolce,

ma forse lo fu, lo è,

chissà! Mi fa rimembrar!

RM 18.6.96

Chitarrista abracciato

Sottole maniche niente

aveva il chitarrista che

coi pie’ divinamente

sonava un due tre.

Così fu fatto dal ventre

della madre, senza braccia,

pover’uom, nel ventre

che non sa che si faccia.

Pizzicava con le dita dei piedi

la chitarra familiarmente

il giovane, che -credi-

non meno era di chi

montato in sua superbia

fare soltanto sa do re mi.

RM 19.9.96

Seguitar d’afflizioni

Non c’è dì senza pena

che subentra non appena

un barlume di letizia

per un po’ d’amicizia

invaso ha tuo cuore

sede cara dell’amore.

Nati siam per soffrire

a questa vita per morire.

Ma ci sarà, nell’eterna,

Comunione, sì, fraterna:

gioia piena s’avrà

che non scomparirà.

Beati i credenti

ché saran vincenti.

RM 24.12.96

Sangue innocente

A vigilia di Santo Natale

a tardo vespro, in via,

Miki, picciola cagna,

alle strisce, che dicon pedonali,

in Urbe travolta fu

da macchina pirata,

non si sa chi, necata.

Oh, il pianto della bimba

e quello disperato della mamma,

che Mikuccia esanime

in casa portò

per ricomporla e darle

decoro in sarcofago

per sua estrema buia

dimora, non più sollazzo

a noi, ch’in nostre

mani, bimba in specie,

vezzosamente carezzavamo.

RM 10.5.96

In attesa del treno

Lungo il treno dei binari

lungo il treno della vita:

nell’attesa, tu volti vari

vedi che paion a te aita

dimandar invano, chissà

però che non sia buona

la volta a ottener pietà

poich’assai spesso suona

allegro a sera campanello

ai miseri, cui duro

ogni dì è in ritornello,

e allor ver’è che lungo va

il treno della vita giù:

vieppiù lo vede ch’in pena sta.

RM 15.5.06

Il seme

Chi ha gettato il seme?

L’uomo l’ha gettato

Ed è nato un fiore,

e poi son nati tanti fiori,

a centinaia, a migliaia.

È avvenuta una impollinazione

maestosa

disastrosa

uno sopra l’altro

a succhiare

a risucchiare.

Il vento continua

a trasportare semi

da un capo all’altro

della Terra.

Le contrade sono impollinate

dai semi del vento:

da ogni parte

spuntano i fiori

del bene e del male,

perché la terra è fatta

di buoni e cattivi.

Finché ci sarà

questa terra

dovremo lottarer

col Male.

Bisogna gettare

altri semi

perché sorga il bene,

il Bene Umano,

ch’ormai è lontano.

RM 18.9.96

Errore

Errore fu in me primogenio

quando sacre e misteriose

latebre in giovanil candore

io intrapresi, pur dubitante.

Error in media etate

fu forse precipitar

che ora spina fatale a mio

fianco impietose sono.

L’uno e l’altro error,

però, forse poesia et arte

in mio spirto sì calmo

crearono assai e costanti.

Siam fatti per errar,

perché di creta siam,

e il vitale e divin soffio

spesso dai venti è portato.

RM 29.8.96

Profumo di donna

Profumo io sentivo

di donna

come di rosa:

dolce

non acre

estasiante.

Poi scomparve,

nel nulla.

Sognavo.

Mi destai:

m’era accanto.

Soave profumo

di mela,

ammaliante.