Tempo di vendemmia: di Pietrino Pischedda

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Tempo di vendemmia

Genesi 9:20-27
20 Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. 21 Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all’interno della sua tenda. 22 Cam, padre di Canaan, vide il padre scoperto e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. 23 Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono il padre scoperto; avendo rivolto la faccia indietro, non videro il padre scoperto.
24 Quando Noè si fu risvegliato dall’ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore; 25 allora disse:
«Sia maledetto Canaan!
Schiavo degli schiavi
sarà per i suoi fratelli!».
26 Disse poi:
«Benedetto il Signore, Dio di Sem,
Canaan sia suo schiavo!
27 Dio dilati Iafet
e questi dimori nelle tende di Sem,
Canaan sia suo schiavo!»
(Vers. CEI)
Forse non si è mai considerato chi sia stato per primo a impiantare una vigna e dal suo frutto trarne quel nettare speciale e delizioso che si chiama vino!
Presuntuoso io che faccio queste affermazioni, anche se attenuate da un “forse”!
No, ci sono stati e ci sono studiosi, luminari dell’umanità, che dopo tanti studi e tante scoperte hanno azzardato delle ipotesi, attribuendo ora a un popolo ora a un altro il pregio della invenzione del vino.
Non sarà stata la manna discesa dal cielo, anche perché il vitigno è ben piantato nella terra e dopo un tempo congruo mostra i suoi grappoli destinati a essere pigiati per dare quel succo che tutti conosciamo.
Che sia stato invece Noè a inventare il vino? Io credo proprio così, anche perché tutto ciò avviene dopo il diluvio, dal quale si salva il patriarca con il suo nucleo familiare e ogni specie animale.
Il grande cataclisma spazza via tutto e rinnovella la terra. Si ricomincia una nuova vita!
Ed eccoci a Noè, uomo giusto, timorato di Dio, dedito alla sua famigliola, che qualcosa si deve pur inventare per passare la giornata. La terra, dopo il diluvio, si è purificata, rassodata ed pronta per accogliere i semi che diano i loro frutti.
Noè è un γεωργὸς γῆς, un coltivatore, un uomo che vuole sperimentare che cosa può produrre quell’immenso podere che Yahweh gli ha posto dinanzi, tutto a sua disposizione.
Prova e riprova, l’acuto contadino cominciò a piantare una vigna (ἐφύτευσεν ἀμπελῶνα).
Mal gliene incolse, però, perché l’uomo di Dio, non conoscendo la sua novella creatura, dopo che ne bevve, si ubriacò e nudo si addormentò nella sua tenda.
Nessuna meraviglia, niente di scandaloso! Si tratta di un uomo, anche lui fragile, che dopo questa prova saprà misurare con responsabilità il suo comportamento.
Ciò su cui, però, la Scrittura si sofferma è la reazione incontrollata e negativa del figlio minore, Cam, che si scandalizza della nudità del padre e va a riferire la notizia ai fratelli Sem e Iafet, i quali corrono subito a coprire il genitore con un mantello, senza tuttavia vederne la nudità.
Il risveglio di Noè dalla sbronza è perlomeno curioso, perché sottolinea la dura lezione nei confronti di Cam, che non ha avuto rispetto per il padre, mentre elogia e premia l’atteggiamento degli altri due figli, Sem e Iafet.
Nella “narratio“ di questi versi, quindi, c’è “in nuce” il comandamento che prescrive di onorare il padre e la madre, in qualsiasi condizione essi si trovino.
La nudità, che può essere segno di fragilità, debolezza, malattia, povertà e tanto altro ancora, non ci deve scandalizzare ma ci deve sospingere a soccorrere chi si trova in difficoltà. Figuriamoci se si tratta dei propri congiunti!
Il Cristo, nudo sulla croce, è di scandalo per certuni ma non lo è per chi ha fede, per chi crede che è proprio da quello spogliarsi che avviene il lavraco  delle nostre sozzure.
Pietrino Pischedda
Roma 13 settembre 2020

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