La corrispondenza epistolare andata in disuso: di Pietrino Pischedda

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La corrispondenza epistolare andata in disuso!

Non così nei tempi antichi!

Senza scomodare Cicerone, prendiamo una lettera di Seneca ( la XV) al suo amico Lucilio!
“Seneca Lucilio suo salutem” (dicit).
Seneca saluta il suo amico Lucilio.
L’intestazione di una lettera di questo genere ce la sogniamo. Giustamente ce la sogniamo!
L’esordio sembra piuttosto aulico, freddo, burocratico! E invece no! Nello stile epistolare tutto è giustificato! Ciò che dà calore alla missiva è quel “suo” e la parola “salutem”!
Quando incontriamo una persona amica la salutiamo! Che cosa significa che la salutiamo? Vuol dire che ci rallegriamo nel vederla sana e salva e nel constatare che godae buona salute. Una persona che salutiamo con tanto affetto fa parte della nostra sfera amicale e siamo felici di scambiarci dei sentimenti che fanno parte del buon vivere insieme.
È un costume antico, dice Seneca, tramandato fino  ai suoi tempi, che al saluto si aggiunga la formula: “si vales bene est, ego valeo” (se tu stai bene, va bene, io sto bene). Notiamo come chi scrive gode della salute del destinario e confessa di stare bene anche lui al pensiero che il suo amico goda ottima salute!
Anche il fatto di pensare, ragionare, filosofare, discettare, argomentare, rientra nello star bene: “si philosopharis, bene est”. Tutto ciò che facciamo con trasporto concorre a farci stare bene! Ciò che pensiamo e facciamo lo esprimiamo con un “incipit” spontaneo, nato così “ex abruto”: “caro amico, ti scrivo …”
Al saluto iniziale seguono, nelle lettere colloquiali, familiari e amicali, le narrazioni, le raccomandazioni, le confidenze, etc.
Che cosa dice, nello specifico, Seneca a Lucilio?
In fin dei conti la cosa fondamentale sta nel “valere”(star bene)!
Se uno si dedica, ad esempio,  alla filosofia, va bene!
Senza il “valere” (lo star bene)  l’animo è malato (“aeger animus est”), ma anche il corpo (“corpus quoque”), anche se possiede grandi risorse, non si differenzia, per quanto attiene alla salute, dal corpo di un folle (“etiam si magnas habet vires, non aliter quam furiosi aut frenetici validum est“).
Bisogna, quindi, se si vuole stare bene, provvedere alla salute del corpo e dell’animo (qui non si fa menzione di “anima” ma di “animo”, che sarebbe l’equivalente di “spirito”(“Ergo hanc praecipue valetudinem cura, deinde et illam secundam; quae non magno tibi constabit, si volueris bene valere“). Il tutto a costo zero!
Il letterato non deve scimmiottare la moda mondana, occupando il tempo nel tonificare i muscoli, nell’amplificare il collo e nel fortificare i fianchi! È veramente da stolti! (“Stulta est enim, mi Lucili, et minime conveniens litterato viro occupatio exercendi lacertos et dilatandi cervicem ac latera firmandi”).
Quando ti sarai ingrassato e dilatato, non potrai mai eguagliare la forza e il peso del bue ben pasciuto (“cum tibi feliciter sagina cesserit et tori creverint, nec vires umquam opimi bovis nec pondus aequabis“).
Aggiungi, inoltre, che aumentando il peso del corpo, l’animo viene soffocato  e reso meno agile (“Adice nunc quod maiore corporis sarcinā animus eliditur et minus agilis est”).
Il consiglio che ti do, quindi, è di tenere sotto stretta sorveglianza il tuo corpo e di dare spazio allo spirito (“Itaque quantum potes circumscribe corpus tuum et animo locum laxa“). Bello e significativo l’imperativo “circumscribe”, per significare il freno da porre al corpo per dare respiro allo spirito.
Come mai questi pregiudizi e questi avvertimenti da parte del filosofo? Eccone i motivi:
La fatica profusa negli allenamenti rende fiacco lo spirito e lo distrae dagli impegni programmati.
L’abbondanza del cibo mortifica la lucidità della mente.
(“… primum exercitationes, quarum labor spiritum exhaurit et inhabilem intentioni ac studiis acrioribus reddit; deinde copiā ciborum subtilitas impeditur”).
Non bisogna indugiare appagando il corpo, ma è necessario passare presto allo spirito, da esercitare di continuo, notte e giorno (“Quidquid facies, cito redi a corpore ad animum; illum noctibus ac diebus exerce“). Le prescrizioni impartite da Seneca hanno lo spirito di un anacoreta!
Rafforzare lo spirito non richiede di per sé grande sacrificio: né il freddo, né il caldo, neppure  la vecchiaia possono impedire la crescita nello spirito (“hanc exercitationem non frigus, non aestus impediet, ne senectus quidem“).
In definitiva persegui quel bene che migliora col passare degli anni! (“Id bonum cura quod vetustate fit melius“).
Il maestro non vuole imporre niente, né di tenere fissi gli occhi su un libro, né di stare curvi sulle tavolette! Raccomanda, però, di concedere del tempo allo spirito, in modo che questo possa essere rinnovato (“Neque ego te iubeo semper imminere libro aut pugillaribus: dandum est aliquod intervallum animo, ita tamen ut non resolvatur, sed remittatur”). C’è molto di mistico in questo passo!
Attenzione a non rendere sciocca la propria vita! Ma quale sarebbe questa vita sciocca? (“Quam tu nunc vitam dici existimas stultam?”)
A quanto pare, la nostra, che una cieca cupidigia porta a cose destinate a nuocere e mai a saziarci, in quanto se qualcosa potesse essere abbastanza, lo sarebbe stato, non pensando  quanto sia piacevole non chiedere nulla e quanto sia stupendo essere soddisfatti e non dipendere dalla sorte.
(“nostra dicitur, quos caeca cupiditas in nocitura, certe numquam satiatura praecipitat, quibus si quid satis esse posset, fuisset, qui non cogitamus quam iucundum sit nihil poscere, quam magnificum sit plenum esse nec ex fortunā pendere”).
In ogni caso ricordati quanti bei risultati hai ottenuto e quando guarderai quanti ti precedono, pensa quanti ti seguono. Se vuoi essere grato verso gli dei e verso la tua vita, considera quanti hai superato.
(“Subinde itaque, Lucili, quam multa sis consecutus recordare; cum aspexeris quot te antecedant, cogita quot sequantur. Si vis gratus esse adversus deos et adversus vitam tuam, cogita quam multos antecesseris”).
Che cosa hai in comune con gli altri? Tu hai superato te stesso! Stabilisci un traguardo che, anche se volessi, non puoi oltrepassare. Allontana codesti beni che sono insidiosi e che sembrano migliori più a chi ripone in essi la speranza che a quelli che li hanno ottenuti. Se qualcosa ci fosse in essi di sostanzioso, prima o poi darebbero una certa soddisfazione; ora eccitano la sete di coloro che bevono. Metti da parte le apparenze! Ciò che l’incerta sorte del tempo futuro si porta dietro, perché forzare la fortuna per ottenerlo piuttosto che non chiederlo a me stesso? A che scopo poi dovrei chiedere? Dovrei accumulare, dimentico della fragilità umana? Perché affaticarmi? Ecco, questo è l’ultimo giorno! Ma anche se non lo è, è vicino all’ultimo! Stammi bene!
(“Quid tibi cum ceteris? Te ipse antecessisti. Finem constitue quem transire ne possis quidem si velis; discedant aliquando ista insidiosa bona et sperantibus meliora quam assecutis. Si quid in illis esset solidi, aliquando et implerent: nunc haurientium sitim concitant. Mittantur speciosi apparatus; et quod futuri temporis incerta sors volvit, quare potius a fortunā impetrem ut det, quam a me ne petam? Quare autem petam? oblitus fragilitatis humanae congeram? in quid laborem? Ecce hic dies ultimus est; ut non sit, prope ab ultimo est. Vale.”)
Una lettera, come si può vedere, piena di contenuti importanti, tesi a condividere insieme all’amico quei beni che danno un senso alla nostra vita.
Pietrino Pischedda
Roma 9 settembre 2020

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