PESTIS TEMPORIBUS di Pietrino Pischedda

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Corsi e ricorsi della storia

Pestis temporibus

La storia si ripete con eventi ora gioiosi ora tristi. Fa parte della vita dell’uomo, dai primordi fino ai tempi avvenire, sperimentare, suo malgrado, calamità di ogni genere.

Il passo qui di seguito riportato si riferisce alla peste di Atene avvenuta nel 430 a. C.

I dettagli del racconto sono evidentemente impressionanti.

Τὸ μὲν γὰρ ἔτος, ὡς ὡμολογεῖτο, ἐκ πάντων μάλιστα δὴ ἐκεῖνο ἄνοσον ἐς τὰς ἄλλας ἀσθενείας ἐτύγχανεν ὄν· εἰ δέ τις καὶ προύκαμνέ τι, ἐς τοῦτο πάντα ἀπεκρίθη. τοὺς δὲ ἄλλους ἀπ’ οὐδεμιᾶς προφάσεως, ἀλλ’ ἐξαίφνης ὑγιεῖς ὄντας πρῶτον μὲν τῆς κεφαλῆς θέρμαι ἰσχυραὶ καὶ τῶν ὀφθαλμῶν ἐρυθήματα καὶ φλόγωσις ἐλάμβανε, καὶ τὰ ἐντός, ἥ τε φάρυγξ καὶ ἡ γλῶσσα, εὐθὺς αἱματώδη ἦν καὶ πνεῦμα ἄτοπον καὶ δυσῶδες ἠφίει· ἔπειτα ἐξ αὐτῶν πταρμὸς καὶ βράγχος ἐπεγίγνετο, καὶ ἐν οὐ πολλῷ χρόνῳ κατέβαινεν ἐς τὰ στήθη ὁ πόνος μετὰ βηχὸς ἰσχυροῦ· καὶ ὁπότε ἐς τὴν καρδίαν στηρίξειεν, ἀνέστρεφέ τε αὐτὴν καὶ ἀποκαθάρσεις χολῆς πᾶσαι ὅσαι ὑπὸ ἰατρῶν ὠνομασμέναι εἰσὶν ἐπῇσαν, καὶ αὗται μετὰ ταλαιπωρίας μεγάλης. λύγξ τε τοῖς πλέοσιν ἐνέπι μὲν μετὰ ταῦτα λωφήσαντα, τοῖς δὲ καὶ πολλῷ ὕστερον. καὶ τὸ μὲν ἔξωθεν ἁπτομένῳ σῶμα οὔτ’ ἄγαν θερμὸν ἦν οὔτε χλωρόν, ἀλλ’ ὑπέρυθρον, πελιτνόν, φλυκταίναις μικραῖς καὶ ἕλκεσιν ἐξηνθηκός· τὰ δὲ ἐντὸς οὕτως ἐκάετο ὥστε μήτε τῶν πάνυ λεπτῶν ἱματίων καὶ σινδόνων τὰς ἐπιβολὰς μηδ’ ἄλλο τι ἢ γυμνοὶ ἀνέχεσθαι, ἥδιστά τε ἂν ἐς ὕδωρ ψυχρὸν σφᾶς αὐτοὺς ῥίπτειν. καὶ πολλοὶ τοῦτο τῶν ἠμελημένων ἀνθρώπων καὶ ἔδρασαν ἐς φρέατα, τῇ δίψῃ ἀπαύστῳ ξυνεχόμενοι· καὶ ἐν τῷ ὁμοίῳ καθειστήκει τό τε πλέον καὶ ἔλασσον ποτόν. καὶ ἡ ἀπορία τοῦ μὴ ἡσυχάζειν καὶ ἡ ἀγρυπνία ἐπέκειτο διὰ παντός. καὶ τὸ σῶμα, ὅσονπερ χρόνον καὶ ἡ νόσος ἀκμάζοι, οὐκ ἐμαραίνετο, ἀλλ’ ἀντεῖχε παρὰ δόξαν τῇ ταλαιπωρίᾳ, ὥστε ἢ διεφθείροντο οἱ πλεῖστοι ἐναταῖοι καὶ ἑβδομαῖοι ὑπὸ τοῦ ἐντὸς καύματος, ἔτι ἔχοντές τι δυνάμεως, ἢ εἰ διαφύγοιεν, ἐπικατιόντος τοῦ νοσήματος ἐς τὴν κοιλίαν καὶ ἑλκώσεώς τε αὐτῇ ἰσχυρᾶς ἐγγιγνομένης καὶ διαρροίας ἅμα ἀκράτου ἐπιπιπτούσης οἱ πολλοὶ ὕστερον δι’ αὐτὴν ἀσθενείᾳ διεφθείροντο. διεξῄει γὰρ διὰ παντὸς τοῦ σώματος ἄνωθεν ἀρξάμενον τὸ ἐν τῇ κεφαλῇ πρῶτον ἱδρυθὲν κακόν, καὶ εἴ τις ἐκ τῶν μεγίστων περιγένοιτο, τῶν γε ἀκρωτηρίων ἀντίληψις αὐτοῦ ἐπεσήμαινεν. κατέσκηπτε γὰρ ἐς αἰδοῖα καὶ ἐς ἄκρας χεῖρας καὶ πόδας, καὶ πολλοὶ στερισκόμενοι τούτων διέφευγον, εἰσὶ δ’ οἳ καὶ τῶν ὀφθαλμῶν. τοὺς δὲ καὶ λήθη ἐλάμβανε παραυτίκα ἀναστάντας τῶν πάντων ὁμοίως, καὶ ἠγνόησαν σφᾶς τε αὐτοὺς καὶ τοὺς ἐπιτηδείους. γενόμενον γὰρ κρεῖσσον λόγου τὸ εἶδος τῆς νόσου τά τε ἄλλα χαλεπωτέρως ἢ κατὰ τὴν ἀνθρωπείαν φύσιν προσέπιπτεν ἑκάστῳ καὶ ἐν τῷδε ἐδήλωσε μάλιστα ἄλλο τι ὂν ἢ τῶν ξυντρόφων τι· τὰ γὰρ ὄρνεα καὶ τετράποδα ὅσα ἀνθρώπων ἅπτεται, πολλῶν ἀτάφων γιγνομένων ἢ οὐ προσῄει ἢ γευσάμενα διεφθείρετο. τεκμήριον δέ· τῶν μὲν τοιούτων ὀρνίθων ἐπίλειψις σαφὴς ἐγένετο, καὶ οὐχ ἑωρῶντο οὔτε ἄλλως οὔτε περὶ τοιοῦτον οὐδέν· οἱ δὲ κύνες μᾶλλον αἴσθησιν παρεῖχον τοῦ ἀποβαίνοντος διὰ τὸ ξυνδιαιτᾶσθαι. (Tuc. 2, 49 – 50)

Quell’anno infatti, come si conveniva, capitava che fosse tra tutti particolarmente esente da infermità rispetto alle altre malattie. Se però qualcuno era malato anzi tempo per qualcosa, tutte le malattie si risolvevano in questo. Gli altri invece, senza nessuna ragione, repentinamente da sani che erano venivano dapprima presi da forte febbre e da infiammazione agli occhi; le parti interne del corpo, la faringe e la lingua, subito erano sanguinolente ed esalavano un alito disgustoso e puzzolente; ne conseguivano poi starnuto e raucedine e in breve tempo il male calava al petto con forte tosse; e quando si collocava nello stomaco, lo sconvolgeva e sopravvenivano secrezioni di bile, tutte quelle menzionate dai medici, per giunta con grande tribolazione. Alla maggior parte sopraggiungeva un singhiozzo vuoto che procurava un forte spasmo, che ad alcuni dopo ciò cessava, ad altri invece molto dopo. E il corpo dal di fuori per chi lo toccava non era né troppo caldo né pallido, ma rossastro, livido, fiorito di piccole pustole e piaghe; l’interno del corpo invece così ardeva che non sopportavano né l’avere addosso vestiti molto leggeri e lenzuola né altro che essere nudi e avrebbero preferito gettarsi nell’acqua fredda. E molti degli uomini abbandonati fecero ciò nei pozzi, oppressi dalla sete incessante; e nella stessa maniera si stabiliva la bevanda in maggiore e minore quantità. E l’impossibilità di riposare e l’insonnia incalzavano continuamente. E il corpo, per quanto tempo anche la malattia era nel pieno, non dimagriva, ma reggeva alla pena contro ogni aspettativa, cosicché la maggior parte periva al nono e al settimo giorno a causa della febbre, quando ancora avevano un po’ di forza, oppure se l’avevano scampata, quando la malattia interessava il ventre e in quello sopraggiungeva una forte ulcerazione e allo stesso tempo incoglieva una eccessiva diarrea, la maggior parte in seguito moriva a causa di quella debolezza. Passava infatti attraverso tutto il corpo il male che a partire dall’alto risiedeva prima nella testa, e se qualcuno fosse sopravvissuto alle più grandi calamità, lo contrassegnava poi la malattia delle estremità del corpo. Attaccava infatti le “pudenda” e le parti estreme delle mani e dei piedi e molti sfuggivano privati di questi organi, ed alcuni anche degli occhi. Alcuni, appena sollevati, erano presi anche dalla dimenticanza di tutte le cose in egual modo, e non riconobbero se stessi e i familiari. L’aspetto delle malattie infatti, impossibile a dire, assaliva tra l’altro ciascuno con maggiore violenza che secondo l’umana natura e in ciò dimostrò di essere particolarmente qualcos’altro rispetto a qualcuno dei mali ordinari. Infatti gli uccelli e i quadrupedi, quanti mangiano la carne del cadavere umano, pur essendoci molti insepolti, o non si avvicinavano o, assaggiatili, morivano. Una prova fu l’evidente assenza di siffatti uccelli e non si vedevano né altrove né presso niente di tal fatta; i cani invece avevano la percezione di ciò che accadeva per via della coabitazione. (trad. pischedda)

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